Milano,  2 dicembre 2017 - C'era una volta il West. E c’è ancora. Un mondo di “gringos” dagli occhi di ghiaccio e la Colt fumanti che Ennio Morricone torna ad evocare con le sue partiture questa sera tra le gradinate di un Forum esaurito ad una velocità tale da indurlo a concedere il bis martedì 6 marzo. Ricordi e nitrato d’argento che il Maestro, 89 anni, stilla ad Assago con la complicità dell’animo fadista di Dulce Pontes, di un’orchestra di 90 elementi e di 100 coristi lì sul palco con lui a tentare una “summa” delle seicento e passa opere scritte in sessant’anni di musica. Se Bach scriveva una nuova cantata a settimana, dirigendola poi la domenica, tolte vacanze e feste comandate, Morricone è riuscito a scrivere finora una colonna sonora al mese. «Di solito ci metto dai sette ai trenta giorni; anzi, a scrivere “La proprietà non è più un furto” di Petri mi ce ne vollero oltre novanta, ma non per questo venne fuori un capolavoro».

Un colpo di genio fu invece il modo in cui ottenne la sua prima commissione importante, le musiche de “La battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo. «Scrivevo partiture su partiture per quel film, ma Gillo continuava a storcere la bocca, ricorda. Così, durante una pausa, lo sentii fischiettare alcune note che trascrissi immediatamente su un foglietto di carta. Ripreso il lavoro, gliele feci ascoltare al pianoforte e lui rimase di sasso, perché era esattamente il motivetto che aveva in testa da giorni. Mi chiese come fossi riuscito a leggergli nel pensiero, “te lo dirò solo se vincerai il Leone d’oro” risposi. Beh, lo vinse per davvero. E fui costretto a confessare». Domandargli a quali delle seicento e passa è più legato significa sentirsi rispondere “Mission”, “Nuovo Cinema Paradiso”, “Una pura formalità”, “La battaglia di Algeri”, “C’era una volta in America”, “I giorni del cielo”, “Bugsy”, “Gli intoccabili”, ma non quegli spaghetti-western che l’hanno fatto diventare uno degli italiani più famosi al mondo. «La musica non deve essere completamente dipendente dall’immagine, ma trasformarsi in un commento orecchiabile del film», ammette. «Bisogna prestare attenzione alle cose sottintese della pellicola, a quei risvolti meno espliciti che proprio la musica è chiamata a sottolineare. Io mi sono sempre sforzato di inserire temi di tre note in orchestrazioni un po’ più complesse; la sinfonia, infatti, sullo schermo finisce spesso per essere pletorica, enfatica, un inutile appesantimento del film».

Il successo, per Morricone, è sempre stato una somma di fattori. «Il talento, certo, ma soprattutto il lavoro, l’esperienza e la fedeltà… alla propria arte come alla propria donna», assicura lui, quattro figli e un matrimonio che dura da settant’anni. «Mi sono dato la regola; quella di provare ad offrire il meglio in ogni occasione». E la sua giornata è sempre la stessa: scrivere già dalla mattina presto, perché quello è il momento migliore. Un principio d’oro a giudicare dai due Oscar, dalla stella sulla Walk of Fame e… da rendiconti in cui i diritti delle sue opere superano quelli di Verdi.