Caravaggio non trova pace con la legge neppure da morto. In vita si rese protagonista di numerosi episodi di violenza, aggressioni e lesioni, finché nel 1606 fu condannato a morte per aver ucciso un rivale durante una partita di pallacorda. Scampò la pena fuggendo e continuò a dipingere. Ora si conclude l’ultima vicenda giudiziaria che vede coinvolta la figura dell’artista. A quattro anni dall’annuncio della controversa scoperta degli studiosi Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, che attribuirono a Caravaggio cento disegni del Fondo Peterzano, è stata emessa la sentenza di condanna nei loro confronti. Ora dovranno risarcire il Comune di Milano per 50mila euro, per averne leso l’immagine e aver prodotto una pioggia di critiche nei confronti dell’ente e dei curatori senza, come motiva la sentenza, presentare prove certe della riconducibilità dei disegni al Merisi.

Milano, 24 maggio 2016 - La notizia fu diffusa anche da Il Giorno. E non poteva essere diversamente. Caravaggio, il pittore maledetto, che contende a Van Gogh il primo posto nelle passioni di tanti amanti dell’arte, suscita sempre curiosità, se non interesse. Se poi la notizia urla che, nel poderoso corpo del Fondo Peterzano, uno dei tesori del Castello Sforzesco, di Caravaggio sono stati scoperti non uno o due, ma addirittura cento disegni sinora sconosciuti… un quotidiano attento agli eventi culturali, e Il Giorno indubbiamente lo è, l’annuncio dato dall’Ansa, l’agenzia nazionale di sicura attendibilità, lo riprende. Come fecero, in quei primi giorni del luglio 2012, molte altre testate, anche straniere.

Certo, qualche perplessità non mancava. Sì, Simone Peterzano, artista della Controriforma, vissuto fra il 1535 e il 1599, suo culmine gli affreschi alla Certosa di Garegnano, aveva avuto a bottega il dodicenne Caravaggio. Ma sull’autenticità di attribuzioni più prestigiose – le bufale artistiche si sprecano, frutto a volte di ingenuità, altre di calcolata e interessata malafede – i dubbi spuntarono subito. E anche sulla procedura. Gli autori dell’asserita scoperta, Maurizio Bernardelli Curuz e Adriana Conconi Fedrigolli, studiosi bresciani, hanno dichiarato «di aver esaminato il Fondo Peterzano fuori orario senza la responsabile, con l’aiuto di un funzionario». Alla faccia, evidentemente, delle rigorose misure che proteggono quel prezioso materiale: la consultazione di quei disegni è possibile, secondo il regolamento, con forti limitazioni, a ore determinate, cinque pezzi per appuntamento, ma solo tre contemporaneamente. Persino Silvia Danesi Squarzina, illustre docente alla Sapienza romana, aveva dovuto sottostare a tali regole. Messo così pesantemente in discussione, Palazzo Marino reagì senza esitazioni.

Iniziava così una dura causa legale, fra il Comune di Milano e la coppia di sedicenti scopritori. Ieri è stata resa nota la sentenza, emessa lo scorso 9 maggio dal giudice Orietta Miccichè, del tribunale di Milano. Vittoria piena del Comune. Maurizio Bernardelli Curuz e i suoi collaboratori, non solo Conconi Fedrigolli, sono stati condannati a risarcire 50mila euro per i gravi danni derivanti dalla «lesione della reputazione e dell’immagine del Comune di Milano» e della «professionalità dei suoi dipendenti».

Non solo. Bernardelli aveva pubblicato, a tamburo battente, sempre nel luglio 2012, un voluminosissimo e-book, seicento pagine, in cui utilizzava immagini tratte dall’esercito dei 1378 disegni conservati al Castello dal 1924. Anche qui dura battaglia, anche a colpi di alta e bassa fedeltà delle riproduzioni. E altra vittoria del Comune: lo sfruttamento di quelle immagini è un illecito, in quanto realizzato senza la necessaria autorizzazione e «in aperta violazione delle norme del Codice dei Beni Culturali».

Era andato giù pesante, Bernardelli Curuz, soprattutto nei confronti di Francesca Rossi, responsabile del Civico gabinetto dei disegni: «Incapace di leggere le opere di cui è depositaria. Per cui l’atto conseguente è che si dimetta». Non le ha sapute leggere neppure Bernardelli, si potrebbe ironicamente commentare, quelle opere. Sempre dalla sentenza: «Non ha offerto alcuna prova della riconducibilità a Caravaggio dei disegni in questione». Perché quasi certamente quella prova non potrà mai essere fornita.