Milano, 26 novembre 2017 - Si fa presto a dire violinista. Ara Malikian è innanzitutto un istrionico entertainer, un improvvisatore a tutto tondo capace di spaziare dai Beethoven ai Led Zeppelin con un’ironia di cui sono sprovvisti altri colleghi con un piede nella classica e l’altro nel rock come David Garrett o Nigel Kennedy. Le origini armene e libanesi in tutto questo giocano un ruolo, così come lo gioca il romanzo di una vita condensato mesi fa tra i solchi di “The incredible story of violin”, suo primo album di composizioni originali, dopo una quarantina d’incisioni sparse, che Ara, 49 anni, presenta domani al Dal Verme.

Per lei il violino è sempre stato un bene di famiglia.

«Mio padre Jarayear era violinista della stella libanese della canzone Fairouz, ma sognava per me una carriera da concertista classico; quando a 14-15 anni mi sono lasciato alle spalle la devastante guerra civile del mio paese per andarmene in Germania, grazie alla borsa di studio che era riuscito a procurarmi il direttore d’orchestra Hans Herber-Jöris: è stato il violino a mantenermi gli studi».

Cosa ricorda del suo primo strumento?

«Stradivari, Guarneri del Gesù, Amati, Bergonzi nomi italiani che alle orecchie dei musicisti suonano come quelli di Maserati, Ferrari o Lamborghini. Ma quando studiavo alla Hochschule für Musik und Theater di Hannover avevo un violino neanche lontano parente di quelli. Così quando i miei abbienti compagni di corso teutonici, tutti dotati di strumenti da migliaia di marchi, mi chiesero chi fosse il liutaio del mio, tirai fuori il primo nome italiano che mi passava per la mente: Ravioli”.

Ravioli?

«Non fu un colpo di genio perché quelli iniziarono subito a prendermi in giro ironizzando “ravioli al… pesto?”. E io, che ormai non sapevo più come tirarmi fuori da quel cul-de-sac in cui m’ero cacciato, di rimando: “No, Ravioli Al..fredo!”. Arricchendo poi la scemenza con la storia che Alfredo Ravioli era un famosissimo liutaio italiano amante del giardinaggio il quale, dopo aver realizzato alcuni esemplari-capolavoro come il mio, aveva scelto di ritirarsi in Transilvania a coltivare una rarissima varietà di rosa!».

Di solito dedica “Paranoid android” a Boy George. Perché?

«Perché suonavo con lui al tempo in cui ho conosciuto i Radiohead. Era il periodo in cui perfezionavo lo studio dello strumento alla Guindhall School of Music & Drama di Londra e per arrotondare i magri bilanci accompagnano in concerto l’eroe di “Do you really want to hurt me”. Un giorno, ad un festival, sentii un suono uscire da sotto un tendone: erano i Radiohead di “Pablo honey” e a fine show andai a salutarli, ma bastò un’occhiata all’orologio per capire di essermi perso concerto (e lavoro) con il Boy. Fui buttato fuori dalla band, ma in compenso diventai amico di Thom Yorke».

Nel finale esegue “1915”, sua composizione in memoria del genocidio armeno.

«Senza un violino, forse, non sarei qui. Mio nonno Krikor, infatti, nel ’15 si salvò dal genocidio perché qualcuno gliene mise uno fra le mani dicendogli “tu fai finta di essere un orchestrale e fuggi con noi”. Si salvò. E quando penso che al mondo ci sono 35 milioni di rifugiati, mi viene spontaneo augurare a ciascuno la fortuna di trovare il proprio violino».