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"Porto in scena l’Italietta degli anni Trenta"

Paolo Poli all’Elfo con uno spettacolo tratto da Anna Maria Ortese
 

Paolo Poli (Omaggio)
Paolo Poli (Omaggio)

Milano, 24 gennaio 2012 - «La letteratura mi ha aiutato a vivere. Allarga l’orizzonte, non basta la personale esperienza all’uomo, i libri ci portano ovunque. In questo lavoro dimentico la mia origine piccolissimo-borghese, la mia essenza individuale, e con una parrucca in testa si crea un mondo di fantasia che mi pare più vero del vero. Così come Madame Bovary mi pareva più vera delle mie sorelle...». Forse è sufficiente una frase come questa per appassionarsi alla lettura. Sicuramente offre una vaga idea di chi sia Paolo Poli, 82 anni di teatro, cinema, tv. Ironia graffiante e un’eleganza innata nel parlare di poesia come delle storie minime, della gente comune. Da un paio di stagioni la sua attenzione si è concentrata su Anna Maria Ortese, autrice da mandare a memoria e invece sempre snobbata dai programmi scolastici. E ne è uscito «Il mare», di nuovo all’Elfo Puccini, dopo le fortunatissime repliche dello scorso anno.Giostra raffinata di colori e travestimenti, a dar vita a figure che profumano di un’Italietta che fu e che un po’ ci manca. Con Poli affiancato da quattro giovanotti (tutto rigorosamente al maschile lo spettacolo), in un mosaico di storie
e canzonette, battute ed emozioni.


Paolo Poli, il suo Mare è un successone.
«Sa, qualche volta è un tutto esaurito, ma altre pare d’essere nell’orto degli ulivi...».


D’accordo. Ma alla sua età tournée di 8 mesi vorranno pur dire qualcosa.
«Questo lavoro che ho scelto fin dall’antica giovinezza è quello che ritengo più vicino alla natura. Anche con gli alti e bassi della storia credo che il teatro vivrà sempre finché ci sarà una persona che racconta e una che ascolta. E poi in questo caso mi auguro che una infelice come la Ortese, da sempre misconosciuta, possa avere da postuma un po’ di ascolto».


Cosa l’ha colpita dei suoi testi?
«La stranezza della scrittura, così personale, che strizza l’occhio a Kafka. C’è sempre un cardillo addolorato, un’iguana che ride. E anche le persone hanno delle deformazioni animalesche, con una psicologia a volte elementare, altre complicatissima. I suoi romanzi mi hanno affascinato, però ho preferito rivolgermi a questi raccontini, che la signora ha pubblicato nell’arco della sua vita ma in massima parte negli Anni Trenta».
 

Quando arriva a Milano.
«Esattamente. E avendo bisogno di sopravvivere, scrive per le riviste letterarie. Ora Adelphi li ha raccolti in un’antologia che si chiama “Angelici dolori”, oltre a un racconto che ho preso da “Il mare non bagna Napoli”».
 

Il suo preferito?
«Forse proprio quest’ultimo, Un paio di occhiali. Dove c’è una bambina miope che vede tutto sfumato e il mondo le sembra bello. Quando poi si mette gli occhiali, si accorge di tutte le tragedie della vita e diciamo che ci rimane male».
 

Ma sul palco ha sempre la stessa emozione?
«Ho sempre paura. Come al cinema e alla guerra, i posti indietro sono i migliori. Ma oltre alla paura, c’è anche il desiderio del pubblico. Quando arrivo nelle sperdute province e vedo spettatori amorfi che poi invece mi sorridono e ascoltano, quella è la vittoria, la paga, l’applauso».
 

Non le pesa la tournée?
«No, anzi mi piace proprio, come a voi cambiare le pagine dei giornali. Non mi dispiace nemmeno l’alberghetto povero, mi va bene tutto pur di cambiare. Il cambiamento per me è proprio simbolo della vita».
 

E da spettatore ci va ogni tanto a teatro? «Quando finisco di girare, la stagione è terminata. Però ho le notizie dai vigili del fuoco. Loro tutti i giorni sono lì e si annoiano, che vuole dire che quando mi raccontano bene di qualcuno è sicuramente positivo».
 

Da questa sera al 5 febbraio al teatro Elfo Puccini, corso Buenos Aires 33, alle 21. Info: 02.00660606.
 

di Diego Vincenti

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