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Un secolo di tango nella Milano che sa sognare

Roldàn e il «compas de l’alma»

L'impresa di Osvaldo Roldàn? Portare la cultura argentina a Milano, una città a cui il Paese è profondamente legato da più di un secolo

Osvaldo Roldan, grande maestro di tango argentino
Osvaldo Roldan, grande maestro di tango argentino

Milano, 20 gennaio 2012 - Un giorno, un argentino chiamato a insegnare tango a Milano, rimproverò i suoi allievi che non riuscivano ad andare a tempo: «Come fate a non capire questa musica? C’è tanto sangue italiano dentro!». Aveva ragione, Tetè Rusconi, che nelle milonghe di Buenos Aires ci è vissuto cinquant’anni uscendone solo per morire: musicisti, compositori e direttori di orchestra famosi erano tutti figli di italiani emigrati. A lui piaceva il Tangoy. Gli ricordava la milonga tradizionale del suo barrio porteño, con quei tavolini anni ’50 ricoperti di formica azzurra, il palcoscenico di un teatro popolare e di ribellione nella casa storica della sinistra, proprio sopra lo Zelig.

Qui, al primo piano di viale Monza 140, nel 1997 ci entrò Osvaldo Roldàn, argentino di Rosario. Cinque anni prima aveva lasciato tutto nel suo paese per venire a dare una mano a un seminario di un ballo che in Argentina aveva ripreso vigore, ma in Italia era semisconosciuto: «Eravamo pochi, ci trovavamo nelle case». In quella sala bislunga con le mattonelle dove vecchietti giocavano a briscola, quindici anni dopo, ogni venerdì sera, ci si ferma impalati al vedere decine e decine di ballerini abbracciati a donne con l’espressione sognante. Il tango a Milano arrivò alla chetichella, passandosi la voce tra amici e appassionati, curiosi abbastanza da cogliere al volo il progetto di Roldàn: portare a Milano la cultura argentina, e non soltanto i passi di una danza di coppia emozionante: «Allora era di moda la salsa - racconta Roldàn, che col tempo si è conquistato il merito di essere uno dei migliori insegnanti d’Italia - al Tangoy eravamo 30-50 persone».

Nella Milano fredda e veloce, una rete sotterranea studiava e ballava. Qui sono stati scritti libri di successo, qui sono emerse le migliori orchestre italiane di tango argentino: «Al Tangoy abbiamo fatto conoscere il bandoneón dal vivo e i grandi compositori». Nessun festival: «Questa città non ne ha bisogno». Forse perché Milano è intimamente legata all’Argentina da un secolo, senza neppure saperlo. A fine ’800 il ragazzo di Pallanza Antonio Maria de Marchi, emigrò a Buenos Aires col nonno, ma ben presto si distinse per abilità di pilota e riuscì a sposare Maria Roca, figlia del generale che fino al 1904 fu anche presidente dell’Argentina. De Marchi, che il re d’Italia nominò barone, ebbe un’intuizione: avvicinare il tango plebeo alla borghesia. E cominciò proprio da Milano. Lo portò dapprima all’aristocratica Società del Giardino e poi al Trianon, la bomboniera degli spettacoli in corso Vittorio Emanuele.

La stampa lo aborriva, ma nel 1913 il Papa lo assolse: «Io non ci vedo niente di speciale» disse Pio X in dialetto friulano. Ottant’anni dopo, Roldàn ha riportato il tango ai milanesi insegnando quel compas dell’alma, poetico ed elegante, che da un secolo si balla nelle tangherie argentine. Tangoy domani sera ha di che festeggiare il suo primato: il ponte tra Milano e Buenos Aires è vivo e vegeto.
Domani all’Atahotel Quark di via Lampedusa 11/A: dalle 15.30 lezioni e dalle 22 festa. Info: cell. 334.5240244 / 5240235.

 

di Bruna Bianchi

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