Faintly Falling,
il romanzo
di Sabrina Barbante
Arriva la terza prova della scrittrice lucano-salentina adottata “temporaneamente” da Milano, dove lavora. E scrive. Dopo il racconto “L’isola di Penelope” e il primo romanzo, “Ultimo fuoco”, ecco il suo ultimo romanzo

Milano, 16 febbraio 2011 - È la storia di tre personaggi alla ricerca di una via per uscire dalla routine di una vita bloccata, attraverso un ribollio di sentimenti, rancori, sensi di colpa, illusione e disillusioni. È “Faintly falling”, la terza prova di Sabrina Barbante, scrittrice lucano-salentina adottata “temporaneamente” – come lei stessa ama sottolineare – da Milano, dove lavora. E scrive. Dopo il racconto “L’isola di Penelope” e il primo romanzo, “Ultimo fuoco”, ecco “Faintly Falling – il rumore della neve”, edizioni Ilmiolibro.it, che verrà presentato stasera dall’autrice in un aperitivo letterario alle 18.30 presso “Insalate italiane”, in via Pisani 13 a Milano.
Sabrina Barbante, qual è il filo conduttore di questo romanzo?
Ci sono tre persone immobili che all’improvviso si incontrano al buio, a causa di un black out. E dopo questo primo incontro, ognuna prenderà a poco a poco la propria strada.
Tre sono i protagonisti, giovani disillusi. Laura e Cristina, sorelle che vivono insieme in questa casa nelle colline toscane, e James, un irlandese ospite dei vicini di casa.
Sì. È una storia o meglio tre storie vissute da tre punti di vista diversi, in tre capitoli, due introspettivi.
All’inizio entriamo nella casa di Laura e Cristina.
Sono due sorelle che vivono un rapporto morboso, con elementi di conflitto. Si amano ma dipendono troppo l’una dall’altra. Vivono insieme da 4 anni e hanno sviluppato un rapporto quasi genitoriale, l’una verso l’altra, ma anche ossessivo.
Poi arriva James.
Ci sono persone che entrano nella nostra vita soltanto per cambiarla e poi se ne vanno. James è una di queste. Un irlandese, esule volontario, in Italia da molti anni. E che vorrebbe tornare a Dublino.
C’è anche un personaggio inanimato ma fondamentale, onnipresente: la neve.
La nevicata è il simbolo della paralisi dei tre personaggi, dei ricordi paralizzanti del’infanzia per le due sorelle ma anche per James, oltre i quali non si vuole andare. La neve ha anche una particolarità importante sul piano narrativo: non si sente a livello acustico. Non si percepisce.
E compare fin dal titolo in inglese, “Faintly Falling”, letteralmente “Cadendo lievemente”. Sono le ultime parole di un racconto di Joyce, che spesso viene citato.
Sì, è il finale di “Dubliners”. Faintly e falling sono due parole accostate che quando lessi la prima volta a 16 anni mi sono sembrate perfette per rendere l’idea musicale della neve che cadeva. E allo stesso tempo “Dubliners” e l’ultimo racconto in particolare, “The Dead”, mi avevano spaventato per l’idea presente del rimpianto per le cose non fatte.
A questo ti riferisci quando in quarta di copertina dici che il romanzo è “il saldo di un contro in sospeso con Joyce”?
Sì. Questa idea di paralisi, legata alle cose che si amano ma per colpa delle quali non si riesce a evolversi autonomamente. Quel racconto mi ha fatto capire che dovevo espiare quella paura. Se stilisticamente non posso certo paragonarmi a Joyce, credo però di essere riuscita a rendere quella paura. E a esorcizzarla.
I due personaggi sembrano bloccati proprio come molti personaggi di “Dubliners”. E anche loro, come i personaggi joyciani, vivono epifanie. Di cosa si tratta?
Le epifanie sono rivelazioni che derivano da percezioni sensoriali nella vita quotidiana e che ci svelano verità che conoscevamo dentro di noi ma sulle quali non avevamo mai riflettuto. Nel romanzo i personaggi prendono atto della necessità di un cambiamento grazie alle epifanie. Come a un certo punto il suono di un pianoforte.
C’è una forte presenza dell’elemento sensoriale nel romanzo. Le due sorelle hanno la passione delle tisane.
Che sono anche una mia passione. Si tratta di odori molto vari e legati all’idea della ritualità della loro vita. Li descrivo anche come intrugli, paragonando Laura e Cristina a due streghe. James riesce a percepire tutti questi effluvi, a descriverli. Ma c’è una cosa che non riesce a fare, descrivere la sua patria d’origine, la sua casa. Non c’è niente di più impossibile che sentire il proprio odore.
In quanto tempo hai scritto “Faintly falling”?
Un anno e mezzo. Scrivevo alla mattina presto o appena tornata dall’ufficio. Mi sedevo e i personaggi iniziavano a raccontarmi parte della loro storia. E io scrivevo. A volte “uscivano” fuori tema. Tra i personaggi, James è stato il più difficile da rendere. E’ di un’altra nazione, è un uomo ed è esule volontario dall’Irlanda. Lui ha iniziato a parlarmi nella sua lingua. La parte in cui descrivo i suoi pensieri sono stati rivisti da una mia amica di madrelingua irlandese.
Quanto c’è di Sabrina in questa storia?
E’ come quando fai l’insalata, metti tanti ingredienti e poi spargi l’origano. Io sono l’origano. Ma non c’è niente di autobiografico.
Stai già scrivendo il tuo terzo romanzo?
Sì, ma è ancora in elaborazione. Posso solo dire che sarà un giallo. E che non ci sarà neve, ma tanto vento e tanto mare.
di Luca Salvi

Imprese









