Milano, 19 febbraio 2016 - «Vi prego aiutatemi. Il mio è un calvario, sto andando incontro alla morte. Ed ogni minuto che passa capisco che è una sensazione terribile...». Ha la voce strozzata dall’emozione e dalla paura Vincenza Sicari. Dall’altra parte del telefono fa tanta fatica a parlare, sforzi così non ne faceva neppure quando correva macinando chilometri e sudore. Lei, lodigiana d’origine, 37 anni fra un mese e dopo una splendida carriera da maratoneta (ne ha vinte ben cinque ed arrivò ventinovesima all’Olimpiade di Pechino) è ora inchiodata in un letto dell’Ospedale di Pisa, aggrappata con disperazione alla vita mentre un male sconosciuto la sta divorando.

Nel 2013 le ultime gare, poi l’inizio dell’incubo. «Avevo febbre di frequente, mi sentivo spossata. In poco tempo non riuscivo neppure a camminare. Poi la drammatica scoperta: la mia era una malattia degenerativa neuromuscolare». Da allora visite, analisi, ricoveri. Ma nessuna cura efficace, nonostante le amorevoli attenzioni del professor Mariani dell’Istituto Sacco di Milano e della dottoressa Perrone primaria dell’Ospedale di Legnano. La realtà è che servirebbe l’intervento di specialisti neuromuscolari e ricerche più approfondite. I viaggi della speranza, da Milano a Crema, da Legnano a Genova, e poi Genova e Roma, non hanno portato a una diagnosi sicura. «Una tac ha rivelato un tumore al timo, ma di più non si riesce a fare. Da un mese sono a Pisa, perché all’inizio tutti mi dicono “vieni da noi”, e poi nessuno fa niente... Durante il periodo natalizio ero a Roma, la biopsia parlava di malattia neurovegetativa. Poi il primario mi ha detto che costavo troppo per il servizio sanitario nazionale e che avrei dovuto lasciare il posto libero: a quel punto il mio legale ha fatto la querela, è intervenuta la Procura che ha sequestrato la cartella clinica».

Un mese fa l’ennesimo pellegrinaggio: «Sono arrivata a Pisa, passati 10 giorni non facevano nulla, solo esami ematologici. Ora anche qui il mio avvocato ha minacciato di mandare i Nas visto che mi fanno passare per pazza». Trova le residue energie per sfogarsi Vincenza. Diventata ormai uno scricciolo nel suo letto di dolore: «Faccio tutto da sdraiata, non muovo più la testa. Non so neppure quanto peso, meno di 40 chili».

Sa che la sua vita è appesa a un filo ma non vuol smettere di lottare, sostenuta da qualche amico e dagli zii: «Tornerò a Milano e a Legnano, forse da lì mi indirizzeranno all’estero ma quello che fin qui mi è successo è assurdo. Le istituzioni? Certo, ho sentito anche il ministro Lorenzin, mi ha detto di chiamare la direttrice sanitaria della regione Toscana, ma qui non si muove nulla». Inquietante la quasi assoluta indifferenza del mondo dello sport: «Non ho ricevuto alcuna telefonata da parte della Fidal (Federazione Atletica Leggera ndr), e quando ho chiamato il Centro Sportivo dell’esercito, per il quale ho corso a piedi nudi anche di notte, mi hanno risposto “chiama Malagò”. Il presidente del Coni, almeno lui, ha capito, e si è interessato. Gli avevano garantito la massima assistenza quando sono stata ricoverata a Roma e invece nulla. E lui mortificato mi ha detto: “Cosa devo fare?”». Dopo tanti appelli dispersi nel vuoto «mi rimane solo la fede e il mio passato da sportiva. Proprio perché sono stata atleta riesco a reagire. Prima passavo le giornate a piangere, ora ho finito anche le lacrime ma ho ancora voglia di combattere. Lo sport mi ha insegnato tanto, altrimenti mi sarei arresa prima...». Ecco perché Vincenza insegue con forza la sua ultima medaglia.