Milano, 9 novembre 2016 - Due anni fa Umberto Veronesi (LA VITA) si dimetteva da direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia, che aveva fondato vent’anni prima. Il suo contratto sarebbe scaduto quest’anno, ma disse di volersi «prendere due anni per gestire il passaggio del testimone». E se li è presi, il professore, che è morto ieri sera a Milano, a casa sua, venti giorni prima di compiere novantun anni, dieci prima della sua ottava conferenza mondiale Science for Peace. Veronesi è stato l’oncologo italiano più famoso di sempre. È stato anche ministro della Sanità per poco più di un anno all’inizio del millennio – e fu lui a promuovere la legge che vieta di fumare nei locali pubblici –, senatore, membro e capo di commissioni, agenzie, italiane ed europee.Ma soprattutto è stato il medico che ha curato migliaia e migliaia di donne col cancro al seno facendo il massimo per guarirle senza rovinare loro la vita. È stato lui, negli anni ’80, a introdurre la quadrantectomia, la chirurgia conservativa dimostrando di poter salvare le malate senza mutilarle.

Milanese al midollo, figlio «di un fittavolo della pianura lombarda» che morì quando aveva sei anni, si è laureato in Medicina alla Statale nel ’52, e da subito s’è concentrato sull’obiettivo, sconfiggere il cancro, cosa in cui ha creduto sempre. Ha fatto esperienza all’estero, in Gran Bretagna e in Francia, poi è entrato all’Istituto nazionale dei tumori di Milano, la scuola dell’oncologia italiana, da volontario, e s’è fatto tutta la trafila, fino ad arrivare a dirigerlo, nel ’75. Nell’82 ha fondato la scuola europea di oncologia, nei primi anni Novanta, coi finanziamenti raccolti nel salotto della finanza e dell’industria da Enrico Cuccia, realizzava a Milano la sua «utopia»: l’Ieo, un centro di ricerca e cura a struttura privata ma «a carattere etico», che reinvestisse gli utili in ricerca per portarla fino al letto del paziente, dove potessero curarsi tutti, col servizio sanitario pubblico. E dove il cancro si aggredisse seguendo due stelle polari: la prevenzione e la qualità di vita del malato, mettendo le tecnologie più avanzate al servizio della diagnosi precoce e delle terapie meno invasive. Veronesi diceva di non aver paura della morte, ma della sofferenza. È morto a casa sua, circondato dai figli - ne aveva sette - e dalla moglie, Sultana Razon, una pediatra che, negli anni ’80, ha conosciuto la stessa esperienza di tante donne curate da suo marito.

Il professor Veronesi, che già nel ’65 era stato tra i fondatori dell’Airc, Associazione italiana per la ricerca sul cancro, nel 2003 ha creato la Fondazione che porta il suo nome. E sostiene la ricerca scientifica finanziando borse di studio e progetti importanti, ma si occupa anche di diffondere la scienza, dalle scuole alle conferenze internazionali. Specchio dell’impegno pubblico del professore, della sua personalità eclettica e laica, che l’ha visto prendere posizione e promuovere campagne seguendo mai l’ideologia e sempre la scienza: arcinemico del fumo ma a favore della legalizzazione - e regolamentazione - della cannabis per uso terapeutico; vegetariano e impegnato per i diritti degli animali ma a favore degli Ogm «per combattere la fame nel mondo, ridurre l’impatto dei pesticidi e contrastare la desertificazione»; a favore del testamento biologico, dell’eutanasia per i malati terminali, dell’uguaglianza tra coppie etero e omosessuali, dell’adozione per i gay. «Sono un estremista, un pericoloso pacifista, dicono alcuni, e devo dire che la definizione non mi dispiace. Ritengo infatti che la convivenza pacifica sia l’unica scelta razionale di cui l’uomo dispone, anche oggi, in un mondo in cui persino le guerre sono cambiate e cambiano con rapidità crescente». Così Umberto Veronesi ha aperto l’ultimo editoriale scritto per “Il Giorno”, pubblicato domenica scorsa per presentare l’ottava conferenza mondiale “Science for Peace” organizzata dalla Fondazione il 18 novembre.

Il prof s’era inventato questa conferenza annuale nel 2009, per promuovere la cultura della pace, il disarmo, il superamento delle disuguaglianze, rivendicando il ruolo della scienza nel migliorare la vita degli uomini. L’argomento di quest’anno è “Migrazioni e futuro dell’Europa”. L’Europa, ricordava Veronesi, «è fondata sulle migrazioni», «a partire da Virgilio e dall’epopea di Enea e Anchise in fuga dalle rovine di Troia». «Varcare i confini è naturale, così come lo sono la libertà di movimento e di pensiero. E questo è un patrimonio di civiltà che auspico sapremo difendere dalla paura degli “invasori”, mantenere e anzi estendere a chi cerca rifugio. Il futuro che ci stiamo giocando passa anche da come sapremo rispondere a questa situazione globale». Parlava sempre di futuro, il professor Veronesi. Che si trattasse di guerra al cancro o della pace fra uomini e animali, fra uomini e ambiente. «La scienza ci può tendere una mano per ragionare liberi da paure e pregiudizi, e mai come oggi ne abbiamo bisogno».