Milano, 31 dicembre 2017 - Mister Golia ora si sente come Davide davanti al gigante della giustizia. «Beffato da un truffatore, ma anche dai paradossi della burocrazia dei tribunali». Al signor Caremoli, 46 anni, del grande impero fondato sulla caramella tonda alla liquirizia non resta che il nome, lo stesso dell’antenato che la fondò. L’azienda è da tempo in altre mani e parte della fortuna ereditata da un papà troppo presto scomparso è stata ampiamente intaccata da una truffa rocambolesca per la quale vide sparire 1,2 miliardi di vecchie lire. Soprattutto, nonostante la magistratura abbia messo le mani su un tesoretto da 23 milioni di euro, Davide non vedrà più un centesimo di risarcimento.

L’ultimo rampollo della dinastia di imprenditori dolciari oggi si dedica a consulenze informatiche. Ma la storia del raggiro gli pesa. Tutto comincia dopo il 1986, anno di cessione dell’azienda fondata nel 1913. «Avevo 14 anni, troppo giovane per continuare nell’attività di famiglia – spiega – Tempo dopo, mi impegnai a finanziare un’associazione sportiva a Monza, che si occupava di cavalli, una delle mie passioni». Il factotum è una persona vicina, considerata di assoluta fiducia. Ma nel tempo, lentamente, distrae i fondi del sodalizio e «si appropria dei soldi», spiega Caremoli. Che se ne accorge purtroppo quando ormai “l’amico” ha «fatto sparire un miliardo e duecento milioni. Scoprimmo tutto nel 1994 perché l’associazione ci costava come una squadra di Serie C». Poi denunce, avvocati e guai. La vicenda giudiziaria si trascina «fino al 2012. E naturalmente si chiude con la prescrizione», aggiunge. Fortunatamente, i giudici gli concedono una provvisionale: 115mila euro. «Il truffatore aveva un reddito e ottenemmo il sequestro del quinto dello stipendio: 750 euro al mese – aggiunge amaro Caremoli –. Ci avrei messo quarant’anni per riavere un pezzettino della cifra sottratta, ma almeno era qualcosa...».

Era e non è. Perché il presunto responsabile del raggiro incappa in un guaio più grosso. Un traffico internazionale di farmaci antitumorali rubati e finisce in carcere. Un vortice di incassi illeciti che ruota attorno a una società, la Equi Farma, gestita con la famiglia da un farmacista monzese, «il mio uomo», attacca ancora Caremoli. La vicenda si è chiusa con condanne in primo grado e patteggiamenti, «ma soprattutto con risarcimenti notevoli ai danneggiati - aggiunge il consulente informatico - e ben 23 milioni di euro sequestrati». Soldi dei quali il truffato del 1994 non vedrà un euro, «perché la raccomandata che avevo spedito in tribunale a Monza era stata persa. E per di più con la beffa che da quando è scoppiata l’inchiesta di quei 750 euro al mese, ovviamente, si è persa ogni traccia».