Milano, 17 luglio 2017 - Dare una possibilità a chi si trova in difficoltà. Accade in cinque sartorie sociali, dove detenuti e disabili confezionano abiti e borse rincorrendo una normalità a lungo sognata. Catherine, Yunusha, Sanna e Ousana, tre storie che si intrecciano. Ogni lunedì, mercoledì e venerdì mattina si lasciano alle spalle i centri di d’accoglienza che li ospitano per andare a lavorare nella sartoria sociale di Cinisello Balsamo. "Yunusha viene dal Senegal. Cappellino da rapper e auricolari: all’inizio non se li toglieva mai, non ascoltava e non parlava con nessuno», racconta Michele Gennaccaro, social business manager di Bper Banca, "ora è uno dei motori della sartoria". Le oltre 30 persone coinvolte dal 2016, anno di partenza del progetto, provengono da quattro continenti e sono di tre religioni diverse. Nel milanese, ci sono cinque sartorie che danno lavoro a chi si trova ai margini della società. I disabili psichici non lasciano il centro diurno di psichiatria di via Procaccini ma è il laboratorio di sartoria del civico 14 ad essersi trasferito da loro.

"È nato nel 2005, l’obiettivo iniziale era la terapia di gruppo attraverso il cucito", dice Consuelo Granda, presidente della cooperativa. Si sono specializzati in abiti da sposa, vestiti e giacche. I fiori all’occhiello sono la mantella Viceversa, indossabile come cappotto corto da un lato e giacca alle ginocchia dall’altro, e le borse del progetto Ri-abiti, realizzate riciclando sacchi di patate e vecchi indumenti.

Finora il laboratorio ha assunto 20 persone a rischio di marginalità sociale. "Il carcere non è certo l’orizzonte, ma una tappa nella quale l’uomo può inciampare», dice Elisabetta Ponzone. Lei è l’ideatrice di Borseggi, laboratorio di sartoria nel carcere maschile di Opera (il più grande d’Italia, 1267 detenuti di cui molti in 41 bis). Nasce nel 2012 «e non disponendo di un capitale, abbiamo iniziato comprando una cosa per volta. Le prime stoffe le ho prese dall’armadio della nonna», continua Elisabetta Ponzone. Poi racconta la storia di un suo sarto detenuto: «Xiaoling sta per sostenere l’esame di terza media. Come suo figlio, che è fuori. In carcere va a scuola e lavora, in laboratorio abbiamo portato dizionari e quaderni". L’anno prossimo frequenterà le superiori.

Altro carcere, stessa storia, Sartoria di San Vittore. "Qui ci sono 25 donne", dice Alice Della Morte, commessa del punto vendita. Solo il negozio fattura 80mila euro l’anno, «facciamo abiti da sposa su misura che costano 2mila euro circa, prodotti ad hoc per le aziende". Pezzo forte? "Realizziamo toghe per magistrati e avvocati. È dal 2008 che le facciamo. Costo 350 euro. A Milano ci sono pochissimi rivenditori, ma la richiesta è lievitata perché due anni fa sono diventate obbligatorie per legge". Il filo dell’integrazione milanese è avvolto intorno al rocchetto: c’è anche Taivé, sartoria-stireria delle donne rom in zona Lambrate. Sono in otto, provenienti da Serbia, Kosovo, Romania e Macedonia. "Partire dalle donne significa partire dalla loro forza e creatività, dalla centralità della donna rom nell’ambito dell’economia familiare" recita il rapporto della Caritas Ambrosiana che cura il progetto.