Milano, 21 aprile 2017 - Si è impiccato nel bagno della sua cella con la cinta dell’accappatoio. Così è morto un detenuto di 41 anni, M. D., al quinto raggio del carcere di San Vittore. Lo hanno trovato senza vita mercoledì mattina i suoi compagni di cella che hanno poi allertato la polizia penitenziaria. La notizia è stata resa nota ieri pomeriggio da Riccardo Arena, direttore di Radio Carcere, e il suicidio è stato confermato dalla direzione di San Vittore. «Da quanto siamo riusciti a sapere – ha spiegato Arena – pare che che l’uomo abbia prima aspettato che i due compagni di cella si addormentassero e poi si è impiccato nel bagno, utilizzando la cinta dell’accappatoio. M. D., che era in attesa del giudizio di appello in merito a una condanna di quattro anni, soffriva di una grave dipendenza dall’alcol tanto che una settimana fa era stato visitato dallo psichiatra». Ma «lo psichiatra – ha proseguito Arena – pare non abbia intravisto rischi suicidari». Poi, mercoledì mattina, la scoperta del corpo senza vita, conseguenza di una tragedia avvenuta con tutta probabilità nella notte, lontano dagli sguardi. Infineuna nota polemica: «Visto che il Ministero della Giustizia parla tanto di trasparenza, val la pena di sottolineare che abbiamo scoperto di questo ennesimo suicidio non tramite un comunicato stampa ufficiale ma solo grazie alla segnalazione che ci è stata fatta da un nostro ascoltatore che ha il figlio detenuto proprio nel carcere di San Vittore. Trasparenza? Sta di fatto che salgono così a 15 le persone detenute che si sono tolte la vita nei primi quattro mesi del 2017, ovvero una media di cinque suicidi ogni mese», nelle carceri italiane. La nota è dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere.

«Ci disiace molto, siamo rimasti costernati – dice al Giorno Gloria Manzelli, che dirige la Casa circondariale di San Vittore –. Siamo molto attenti a tutto ma questo dimostra che se una persona è davvero determinata a togliersi la vita purtroppo è difficile che non riesca nel suo intento». A San Vittore, comunque, «l’ultimo suicidio di un detenuto era avvenuto 5 anni e due mesi fa», prima del caso di mercoledì. «Il lavoro per prevenire i suicidi è tanto e impegna decine di persone ogni giorno – continua Manzelli –, dalla polizia penitenziaria agli educatori agli psichiatri».A fine febbraio il Sappe, il primo sindacato del Corpo aveva sottolineato in un comunicato che «negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della polizia penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 21 mila tentati suicidi e impedito che quasi 168 mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze».