Milano, 6 dicembre 2017 - Lui sta in alto. Più in alto di tutti. «Sui tetti, è quella la posizione che ci tocca, che ci sia il sole o la neve», sorride. Da lì sorveglia la piazza col suo mirino, in costante contatto radio con i colleghi a terra. Sempre pronto a intervenire, «anche se finora non mi è capitato e spero non mi capiti mai». Sì, perché Marco (nome di fantasia) è un tiratore scelto. Uno di quelli che domani sera veglierà su piazza della Scala nelle ore in cui il tempio della lirica si prenderà la vetrina planetaria per la Prima di Andrea Chénier. Appuntato scelto del Radiomobile dei carabinieri di Milano, ha acquisito la specializzazione nel 2010. E da allora presta servizio per gli eventi più importanti che si svolgono nel Nord Italia, dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia. Il Giorno ci ha parlato a poche ore dal 7 dicembre.

Come si diventa cecchini?
«Innanzitutto, serve una predisposizione a monte: ad esempio, io sono molto appassionato di armi. Poi bisogna superare una rigida selezione per entrare a far parte di quella specialità. Ovviamente, ho la doppia mansione: tutti i giorni mi occupo di pronto intervento sulle gazzelle del Radiomobile, poi, quando le circostanze lo richiedono per motivi di sicurezza e ordine pubblico, vengo chiamato come tiratore scelto».

Come funziona l’addestramento?
«Ci addestriamo una volta al mese qui al poligono. Una volta l’anno andiamo nella nostra scuola a Roma per una preparazione ancora più specifica».

Fino a quale distanza potete sparare?
«Fino a una distanza di 500 metri, è il tiro cosiddetto di polizia. Quello militare, nei teatri di guerra, copre distanze più ampie, ma stiamo evidentemente parlando di due contesti completamente diversi».

A proposito di tiro militare, il vostro lavoro è stato reso famoso qualche anno fa dal film «American Sniper», pellicola che narra la storia vera di Chris Kyle, il miglior cecchino dei Navy Seals statunitensi.
«Sì, lo so bene. Ho visto quel film, i numeri contenuti nell’autobiografia sono stati confermati dalle autorità americane».

Tra i cecchini americani gira l’acronimo «SLLS», che sta per «Stop, Listen, Look and Smell». Tradotto: «Fermati, ascolta, guarda e annusa». Come dire: quando sei in difficoltà, respira un secondo e riprendi contatto col mondo. Una formula che vale anche per lei?
«Direi di sì. A volte il tuo occhio si stressa troppo, e così anche la testa. A quel punto, chiudi gli occhi, cerchi di isolarti per qualche secondo e di ritrovare la giusta concentrazione. È quella che ti permette di lavorare al meglio in ogni situazione».

Dove vi posizionate?
«Spesso sui tetti degli edifici, ma è comunque preferibile, in caso di alternativa, un luogo riparato, anche per ovviare a eventuali problemi di natura climatica. Il vento forte conta quando devi colpire un obiettivo, così come il sole in faccia».

Come sarà il suo 7 dicembre?
«In realtà, la preparazione parte con il sopralluogo del giorno prima: è necessario individuare la postazione migliore, la location non è un dettaglio. Poi sveglia all’alba e via in postazione. Il nostro ruolo è importante non solo per quanto riguarda l’eventuale intervento in caso di minaccia concreta. Noi abbiamo la visuale dall’alto, la migliore se si tratta di controllare piazze affollate o grosse porzioni di territorio. Non a caso, nei Navy Seals il nome in codice del cecchino è “Dio”, colui che guarda tutti dall’alto. Se c’è qualche pacco sospetto, noi riusciamo a scorgerlo prima e meglio di chi sta a terra. Se c’è qualcuno di potenzialmente pericoloso, noi riusciamo a segnalarlo con largo anticipo. L’osservazione attenta è un elemento imprescindibile della nostra attività».

Le è capitato di notare qualcosa di strano nel corso della sua attività?
«Sì, per fortuna solo falsi allarmi».

Ad esempio?
«Durante la visita del Papa a Milano del 25 marzo, mi sono accorto a un tratto che c’erano due finestre aperte in un edificio che dava su piazza Duomo. Una cosa stranissima, visto che era stata prevista la sigillatura completa per lo stabile in questione. A quel punto ho allertato i colleghi, che sono andati immediatamente a verificare la situazione: niente, solo la dimenticanza di un addetto».

Non le è mai successo di dover intervenire?
«No mai, e spero non capiti mai».

Com’è cambiata la sua vita col mestiere di cecchino?
«Devo dire che ha incrementato la mia capacità di osservazione, che già “alleno” tutti i giorni per il lavoro che svolgo regolarmente. In tempi di costante allerta terrorismo, bisogna sempre tenere gli occhi aperti, anche quando si lavora sul primo intervento. Per il resto, sono rimasto quello che ero».

nicola.palma@ilgiorno.net