Milano, 30 novembre 2017 - Dopo  tanti paletti posti dagli agenti teatrali a baluardo della tranquillità degli artisti di “Andrea Chénier” di Umberto Giordano, che il 7 dicembre inaugura la stagione della Scala, dopo l’imposizione del silenzio, dicevo, irrompe una mega conferenza stampa dove al tavolo degli “oratori” (lungo più di 6 metri) ci sono tutti: sovrintendente Alexander Pereira, direttore musicale Riccardo Chailly, regista Mario Martone, soprano Anna Netrebko, tenore Yusif Eyvazov, baritono Luca Salsi e i rappresentanti delle Case sponsor, che nominiamo tutte perché, signori, senza di loro non si fa più niente: Edison (main sponsor, che illuminerà La Scala a emissione zero), Rolex, BMW, JTI, Banca del Monte di Lombardia, Bellavista, Samsung, Ferrarelle, Cimbali, Amedei, Riso Gallo.

La cena di gala, tradizionale irrinunciabile appuntamento alla Società del Giardino, sarà firmata da Caffè Scala. Attesi alla prima il presidente del Senato Grasso, Maria Elena Boschi e, ancora in forse, Gentiloni. Assolti i doveri, ecco i piaceri: Pereira non sta più nella pelle dalla gioia e presenta in tre lingue (ne sa 5 o 6) la sua meravigliosa inaugurazione, facendo presente che altre opere veriste sono in lista di attesa (“Francesca da Rimini”, “L’amore dei tre re”, “Fedora”…) e che il prossimo atto l’apertura sarà con l’“Attila” di Verdi. Mario Orfeo, direttore generale della Rai, cita le sensazionali cifre di ascolto dello scorso anno (qualcosa come 12 milioni di video/ascoltatori) e conferma l’appuntamento della diretta su Raiuno e su Radio3. Riccardo Chailly, che del verismo si è fatto sostenitore e diffusore (quando non difensore) proclama Chénier opera capolavoro, punto focale della musica lirica italiana. Fa presente che la serata è dedicata a Victor de Sabata (bellissima mostra fotografica in atto nel foyer della Scala) che dell’opera lasciò una storica edizione (1932, con Cigna e Gigli). 

Martone, in un lungo circostanziato intervento, parla del tema a lui caro della Rivoluzione, concetto oggi assai attuale, nel senso di Contraddizione, problema prima di tutto umano. Il regista proporrà sul palco la stessa ghigliottina aveva usato nel film “Noi credevamo” e nello spettacolo teatrale “La morte di Danton”. Poi, parola alla coppia di protagonisti superstar, moglie e marito: Anna Netrebko (Maddalena di Coigny) e Yusuf Eyvazov (Andrea Chénier). Al debutto in questo ruolo Anna dice, in inglese, di essere molto felice di interpretare per la prima volta la parte di una donna che vive un amore così grande e speciale (salirà il patibolo per seguire lui). Lui, il giovane Yusif dice in perfetto italiano che è un grande onore cantare e debuttare alla Scala, per di più nella serata inaugurale. Concordiamo: è un’ occasione piuttosto eccezionale. La scelta di Yusif come protagonista aveva aperto inizialmente a qualche critica sulla “maritocrazia” della decisione. In realtà il direttore Chailly, che ha lavorato per mesi con Eyvazov, ha spiegato di essere molto contento di tutto il cast. Mentre il tenore ha ammesso con il sorriso di avere comunque paura. «Grande emozione, grande responsabilità. Paura tanta! Per me ancora più emozionante è recitare e cantare con mia moglie. C’è più complicità, l’amore è vero, il bacio è vero. Più di così?». E per lui Anna scommette su un «debutto grandioso. «Spesso – ha concluso Netrebko – canto con mio marito, è così che ci siamo conosciuti», col pensiero che va all’Opera di Roma, “Manon Lescaut” di Puccini con Riccardo Muti, 2014.

Luca Salsi, cui si guarda oggi come al baritono di riferimento, non può che essere d’accordo con i colleghi, precisando che in tanta esterofilia terrà alta la bandiera italiana. L’idea portante, secondo Chailly, è quella di «un teatro neo wagneriano che racconta una storia senza interruzioni» perché «l’autore desiderava che tutto si sviluppasse in un unico flusso». Ci sarà dunque un solo intervallo con cambi di scena a vista. E, avviso importante: «per non interrompere» il suddetto flusso non si dovrà applaudire a scena aperta, cioè dopo le celeberrime arie che tutto il pubblico attende fremente per scatenarsi in applausi o, Dio non voglia, fischi. Questo pericolo è sventato: si farà silenzio. Applausi solo a fine atto.