Milano, 8 dicembre 2016 - «Avrò la mia rivincita», si sfogò Giacomo Puccini all’indomani del clamoroso fiasco di Madama Butterfly al debutto scaligero. Era il 1904. A distanza di 112 anni, a quello spettacolo, mai più replicato, è stato tributato un applauso lungo 13 minuti. A battere le mani avrebbe dovuto esserci anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma la bufera post-referendum lo ha bloccato a Roma («D’accordo sul fatto che non sia venuto: sarebbe stato un messaggio sbagliato in un momento critico», ha scandito il sindaco Giuseppe Sala); e lo stesso dicasi per il presidente del Senato Piero Grasso e i ministri (ormai ex) Pier Carlo Padoan e Dario Franceschini. «Non posso che augurare da qui il successo allo spettacolo, sicuro che sarà coronato da generale apprezzamento», il messaggio che il Capo dello Stato ha indirizzato al sovrintendente Alexander Pereira e che l’austriaco ha letto prima dell’inizio (non ripreso dalla diretta di Rai 1). 

L'assenza dei massimi rappresentanti istituzionali non ha offuscato il trionfo di Sant’Ambrogio né impedito al maestro Riccardo Chailly di partire con l’Inno di Mameli. «Una prima molto milanese, molto lombarda: opera raffinata ed elegante», ha sorriso il governatore Roberto Maroni. Soddisfatto pure Sala, che al debutto in Palco reale da padrone di casa si è sentito gridare “Viva il sindaco” in foyer: «Spettacolo strepitoso, in particolare il secondo atto: è una storia coinvolgente, e la musica di Puccini arriva come una freccia. È il meglio che potessimo aspettarci». Merito soprattutto di Chailly, salutato con un’autentica ovazione dai duemila in sala: «Con 112 anni di ritardo, il valore della Butterfly è riconosciuto: sono soddisfatto, appagato e toccato da come il teatro ha collaborato».

Lanci di fiori dalla galleria per Maria José Siri (commossa alle lacrime per la brillante interpretazione di Cio-cio-san), Annalisa Stroppa-Suzuki e Carlos Alvarez-Sharpless, che dodici mesi fa aveva dovuto rinunciare alla Giovanna d’Arco causa laringite. Quest’anno, invece, tutto è filato liscio, pure in regia: apprezzate le scelte del lettone Alvis Hermanis. Raggiante Pereira («Ho il silenzio nel cuore, vuol dire che tutto ha funzionato»), che durante il tradizionale brindisi nel retropalco ha osannato l’orchestra: «La migliore al mondo»; parole al miele dalle maschere alle sarte («Avete vinto il campionato del mondo...»), da Chailly («Nessuno al mondo può dirigere quest’opera come lui») a Puccini. «Tra qualche anno tornerà di nuovo il 7 dicembre», la promessa del futuro direttore musicale. Non nel 2017: ci sarà l’Andrea Chenier di Giordano.

Il titolo della serata lo dà il prefetto Alessandro Marangoni: «Questa è la vera Italia, abbiamo delle eccellenze straordinarie con cui affacciarci al mondo come la lirica». Viste dalla Scala, la crisi di Governo e l’instabilità politica fanno meno paura: «Milano va avanti comunque».