Milano, 10 novembre 2017 - Pomeriggio del 12 giugno 2014. Siamo sulla provinciale 164 di San Giuliano Milanese, direzione Sesto Ulteriano. Un’Audi A4 con tre persone a bordo non si ferma all’alt dei carabinieri, parte l’inseguimento. Il bolide, che nel corso della fuga raggiungerà la velocità di 180 chilometri orari, piomba su una rotonda contromano, poi passa sulla provinciale 412 direzione Milano e infine sulla A1. Al raccordo autostradale che collega San Donato a piazzale Corvetto, l’auto sbanda su una curva a sinistra, dopo 7 minuti folli. È un attimo. Davanti si trova la Jeep guidata da Paolo Alfredo Armenise, architetto di 48 anni originario di Carrara con uno studio a Milano. L’Audi, lanciata come un missile, sperona la Jeep, che si ribalta sul guard rail: per Armenise non c’è niente da fare, muore sul colpo. I tre a bordo, quasi illesi, escono dall’abitacolo e riescono a scappare a piedi nei campi, seminando i carabinieri nel frattempo arrivati sul posto; verranno arrestati una decina di giorni dopo, dai militari della Compagnia di Rho con l’ausilio dei colleghi del Ris, incastrati dalle tracce di sangue rinvenute in macchina.

Sono tre spacciatori pregiudicati di origine marocchina, meglio noti nell’ambiente come il Cinese, Aziz e il Cavallino. A guidare quel giorno era il Cavallino, alias A.O., nato l’8 agosto 1989. Nei giorni scorsi, il 28enne è stato condannato in via definitiva per aver provocato quell’incidente: 11 anni, un mese e 10 giorni di reclusione per omicidio volontario e resistenza a pubblico ufficiale; confermato il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Milano (che a sua volta aveva leggermente ritoccato al ribasso i 12 anni affibbiati dal gup in abbreviato). Sì, omicidio volontario. Anche i giudici della Cassazione, come in primo e secondo grado, hanno bocciato le argomentazioni della difesa, che aveva chiesto l’annullamento sostenendo la tesi dell’omicidio preterintenzionale o colposo. Per la Suprema Corte, invece, «la deliberata manovra di sorpasso, finalizzata alla fuga e a impedire che le forze dell’ordine potessero raggiungerlo e trarlo in arresto, rivela chiaramente che gli si era determinato “ad agire comunque, anche a costo” di cagionare il decesso dell’automobilista». Di conseguenza, «l’evento della morte, non direttamente perseguito e nemmeno necessario a quello scopo, ma eventuale, era stato previsto e voluto dall’agente quale circostanza che poteva scaturire dalla concatenazione di fatti innescata dal suo comportamento di guida quale suo sviluppo collaterale o accidentale ma, comunque preventivamente accettato».