Milano, 8 luglio 2017 - «La mia attenzione si concentra sulla mia inadeguatezza per il ministero complesso al quale sono stato chiamato... inadeguatezza a partire dal nome. Tutti i vescovi di Milano hanno nomi solenni, Angelo, Dionigi, Carlo Maria, Giovanni Battista e voi dite: Mario che nome è? Un nome banale...». Strappa un applauso sincero, caloroso, il nuovo arcivescovo di Milano, Mario Delpini, 66 anni: scherza e ironizza sul proprio nome di battesimo in una gremita Cappella arcivescovile, l’istante dopo l’annuncio (coronato da un primo applauso) della sua nomina, allo scoccare di mezzogiorno, con le campane del Duomo e di tutte le parrocchie che suonano a festa.

Scola, davanti a tutta la Curia, fa l’annuncio solenne. Papa Francesco ha deciso per monsignor Mario Delpini, sarà il 144esimo arcivescovo ambrosiano. Parliamo pur sempre della Diocesi più importante al mondo con le sue 1.108 parrocchie. Già vicario generale della Diocesi, il nuovo arcivescovo è molto conosciuto e conosce bene la Diocesi. «Eccomi, non sono una sorpresa», ha detto nel suo discorso, un attestato di umiltà che ha caratterizzato tutta la prima parte del suo intervento di ringraziamento. «Sono stato tutta la vita a Milano, tutti mi conoscono e pensano: sì, è un bravo uomo, ma arcivescovo di Milano! Non so se ne sarà all’altezza... forse ci vorrebbe un vescovo carismatico e trascinatore e io sono stato un impiegato di Curia, ho scritto pochi libri, un brav’uomo anche se mediocre. Se penso alla complessità della Chiesa di Milano ci vorrebbe un arcivescovo santo, per questo vi chiedo di essere accompagnato da molta preghiera e da quella testimonianza di santità operosa tanto presente nel popolo ambrosiano». Tende la mano, il nuovo arcivescovo, chiede sostegno, ma promette ascolto, confronto. «Ho preso tante decisioni che hanno segnato la vita delle persone e delle istituzioni, non avendo il dono dell’infallibilità alcune saranno state giuste e gradite, altre sbagliate e sgradite. Vorrei chiedere a tutti coloro che vivono in questa Chiesa e la amano di non restare impigliati nel risentimento, di ripartire con benevolenza». Cambia con lui lo stile e il linguaggio, spiazza l’ironia ma non sorprende. Delpini - esperto di patristica, parla in greco antico - nel suo discorso si richiama ad una figura retorica: tapeinosis, l’abbassamento, utilizzata nelle orazioni greche e dai primi vescovi orientali.

Una sorta di captatio benevolentiae che cattura la simpatia e predispone all’ascolto. Non c’è inadeguatezza, il discorso pur nell’apparente semplicità, tocca tempi importanti: dall’apertura alle altre fedi («Non usiamo le religioni come nemici che si sfidano») agli immigrati, al dialogo. «La città metropolitana e la Diocesi – scandisce – devono interrogarsi su quale volto vorranno avere nel futuro: bisogna che io per primo e tutti gli altri impariamo ad ascoltare anche quelli che parlano lingue differenti e difficili da capire, perché nessuno si senta straniero e discriminato. Ho bisogno che tutti gli uomini e le donne che abitano in diocesi, da qualunque parte del mondo provengano, qualunque lingua parlino, aiutino la Chiesa ambrosiana ad essere creativa e ospitale, più povera e semplice, per essere più libera e lieta».