Milano, 29 settembre 2017 - Era di fianco a una colonna del porticato. Davanti all’ingresso interno della villa a tre piani in centro a Seregno, residenza dell’imprenditore Antonino Lugarà. Un’anfora di epoca romana risalente, secondo i primi accertamenti della Sovrintendenza per i beni archeologici, a un periodo compreso tra il I secolo avanti Cristo e il I secolo dopo Cristo. Un oggetto dal valore difficilmente quantificabile. O meglio, un oggetto che non ha un valore economico per definizione, visto che la legge (e segnatamente l’articolo 176 del Codice dei beni culturali) ne vieta la vendita. E invece quel vaso antichissimo era in bella mostra a casa Lugarà (denunciato per ricettazione), dimora lussuosa e, a quanto risulta, piena di dipinti di valore alle pareti. Ad accorgersi dell’importanza del ritrovamento è stato, martedì mattina, un brigadiere della sezione Antidroga del Nucleo investigativo di via Moscova: forte della sua decennale esperienza al Nucleo Tutela patrimonio culturale di Monza, il sottufficiale non ha avuto difficoltà a «pesare» l’importanza dell’anfora.

In realtà, lui era lì per un altro motivo: perquisire l’abitazione, insieme ai colleghi, a caccia di un quadro. Un’opera d’arte si parla nelle carte dell’ultima inchiesta della Dda sulla ’ndrangheta. Nel febbraio 2013, Lugarà lo riceve in pegno da una persona dalla quale aspetta un pagamento da 80mila euro: una sorta di anticipo, da restituire nel momento in cui verrà versata la somma. Il 30 novembre 2015, cambia qualcosa: Lugarà viene invitato a casa dal debitore, che si fa trovare in compagnia di Cosimo «Mimmo» Tulli, arrestato nel 2007 nell’ambito dell’indagine sulla cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara. In sostanza, i due pretendono la restituzione del quadro. E Lugarà? Chiama gli amici, tramite il cugino Carmelo Mallimaci. Così nella partita vengono coinvolti Giuseppe Morabito detto «Pascià» e il suo gruppo, gli stessi che terrorizzavano i commercianti di Cantù con aggressioni e angherie. Il nipote di «Tiradrittu» non fa troppo per il sottile: «Ce l’hanno gli Africesi, se volete andare a prenderlo...», dice a Mallimaci perché riferisca a Tulli e compagnia. Conclusione: il quadro resta a casa Lugarà. Tuttavia, il brigadiere non l’ha trovato: segno che evidentemente è stato spostato o messo al sicuro in un altro posto. In compenso, però, ha scovato l’anfora, posta sotto sequestro in attesa della consegna alla Sovrintendenza. Come tutti i beni ritrovati nel sottosuolo o sul fondo del mare: appartengono allo Stato, non c’è storia. «Era in un vecchio magazzino», ha provato a giustificarsi Lugarà. Difesa debolissima. Quell’oggetto è di tutti. E il suo posto è in un museo. Di certo non in una casa privata.