Milano, 20 marzo 2017 - Una foto e una data. Una faccia e un numero sul calendario per risalire alle altre vittime di Osman Matammud, il torturatore di Bani Walid. Così è scattata la seconda tranche dell’indagine sul ventiduenne somalo, accusato di aver seviziato centinaia di profughi in un campo nel deserto libico e di averne uccisi 4 a cavallo tra la fine del 2015 e i primi mesi del 2016. Dopo aver raccolto le dichiarazioni choc delle ragazze violentate dall’aguzzino e dei giovani centrafricani costretti ai lavori forzati e sottoposti a sofferenze indicibili (scosse elettriche e plastica bruciata sulla schiena), i ghisa dell’Unità tutela donne e minori, su delega della Dda, si sono messi alla ricerca di altri richiedenti asilo imprigionati per mesi in quel «lager di hitleriana memoria», come l’ha definito il pm Marcello Tatangelo. E le hanno trovate. Gli investigatori sono partiti dai giorni in cui i principali accusatori di Matammud, non ancora diciottenni all’epoca dei fatti, sono sbarcati in Sicilia, così individuare i possibili compagni di viaggio (e di sventura nel capannone della vergogna).

Il primo è stato individuato a Palermo: il giovane ha riconosciuto il volto del somalo, raccontando poi ai magistrati la sua terribile esperienza a Bani Walid. Altri tre sono stati sentiti proprio dal nucleo specializzato dei vigili: uno al centro Caritas di Como, uno a Bologna e uno a Ferrara. Alla fine, gli inquirenti hanno messo insieme altre dieci testimonianze che inchiodano una volta di più Matammud: per lui i magistrati coordinati dall’aggiunto Ilda Boccasini si preparano a chiedere il processo con rito immediato. Dal canto suo, il somalo si è sempre difeso sostenendo di essere stato lui stesso vittima delle torture delle quali viene ritenuto responsabile. «Io non sono somalo, non sono musulmano, sono il tuo padrone», così diceva ai migranti appena giunti a Bani Walid dopo una lunga odissea tra Etiopia e Sudan. E valgano per tutti le parole di uno dei giovani reclusi, che ha spiegato cosa succedeva a chi non aveva i soldi per proseguire il viaggio: «Lui e i suoi uomini hanno buttato sul pavimento del capannone i corpi dei due ragazzi che avevano preso: erano morti, e io ho visto chiaramente tutti e due con una corda intorno al collo. Ismail ci disse che dovevamo guardare quei corpi e che la cosa doveva servirci di lezione. Infatti ha lasciato le salme sul pavimento per circa un quarto d’ora, poi i suoi uomini le hanno prese e portate via».