Milano, 16 giungo 2017 - La questione è annosa e molto dibattuta: quando la coltivazione della marijuana diventa reato? Basta che sia stato piantato un seme per configurare il reato? O è necessario che sia cresciuto a tal punto da produrre sostanza psicotropa in grado di ledere il bene pubblico della salute? Una discussione giuridico-sociale che si innesta sull’altro macro-tema: la legalizzazione della cannabis. Nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione ha fissato un paletto, nel solco di precedenti pronunce del 2016: non è importante la quantità di principio attivo nel momento del sequestro della polizia giudiziaria, conta l’attitudine della pianta «a giungere a maturazione e a produrre quantità significative di sostanza stupefacente».

Il verdetto della Suprema Corte, depositato una settimana fa, riguarda il caso di Davide P., ventinovenne originario di Busto Arsizio trovato in casa con 15 piantine di marijuana di altezza variabile tra 45 e 150 centimetri. Le analisi scientifiche hanno certificato la presenza di 802 milligrammi di delta-9-idrocannabinolo, meglio conosciuto come Thc: è il principio attivo che, inalato o fumato, stimola il rilascio di dopamina dai neuroni generando euforia, rilassamento o stanchezza; insomma, gli effetti classici della marijuana sul corpo umano. Un quantitativo «apprezzabile, seppur non elevato». Un quantitativo ritenuto in primo grado tale da giustificare una condanna per produzione e detenzione illecite di stupefacenti. Un quantitativo tutto sommato trascurabile per la Corte d’Appello di Milano, che, pur riconoscendo la capacità drogante delle piantine, ha mandato assolto Davide. Tutto finito? No, perché il Procuratore generale ha presentato ricorso in Cassazione per ribaltare la sentenza, contestando come «illogica» la motivazione utilizzata dai giudici di secondo grado «nella parte in cui aveva posto in luce l’incompleta maturazione delle piante o il mancato rinvenimento di attrezzature da laboratorio» per sostenere «l’inoffensività della condotta».

Il ricorso è stato accolto dalla Suprema Corte. In primo luogo, si legge nel dispositivo, «la condotta di coltivazione deve ritenersi tipica fin dalla messa a dimora dei semi, con conseguente inizio dell’attività di produzione, da cui discende in prospettiva l’incremento della quantità di sostanza stupefacente disponibile e il conseguente pericolo per la salute pubblica». La valutazione va fatta sulle potenzialità della pianta e non sul suo stato al momento dell’intervento delle forze dell’ordine. Conseguenza: assoluzione annullata, si torna in Appello.