Milano, 13 agosto 2017 - Luca Andrea Latella era appena uscito di casa: aveva appuntamento con la fidanzata per fare colazione insieme prima di andare a lavoro. E invece non si è mai presentato: la giovane compagna ha provato a contattarlo più volte, preoccupata dal ritardo, ma il telefono era sempre spento. A quell’ora, l’avvocato di 31 anni era già morto: travolto all’incrocio da un Van guidato da Alexander Babbio Vivanco Mendoza, peruviano di 34 anni risultato positivo all’alcoltest con un tasso di 1,10 (il livello consentito è fissato a 0,50) e per di più distratto da una chiamata ricevuta proprio in quel momento sullo smartphone appoggiato sul sedile lato passeggero (alla quale sostiene di non aver risposto). Per lui il pm Sara Arduini ha chiesto la convalida dell’arresto – obbligatorio in caso di superamento del limite di 1,50 e facoltativo nel range tra 0,80 e 1,50 – e la misura della custodia cautelare in carcere: secondo la normativa sull’omicidio stradale introdotta nel 2016, rischia ora una condanna da 5 a 10 anni di reclusione.

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Torniamo indietro a venerdì mattina. Sono le 8.45, in via Virgilio Ferrari angolo Campazzino, estrema periferia di Milano: è una delle arterie che portano nell’hinterland sud della città. E proprio lì è diretto Luca, bocconiano nativo di Civitanova Marche (ma trasferitosi a Milano bambino nel maggio 1989 insieme ai genitori) che da 6 anni lavora come legale specializzato in contrattualistica d’impresa per la società Eni Servizi nella sede del Cane a sei zampe di San Donato Milanese. È fermo al semaforo al volante della sua Mini Cooper verde scuro: un’auto d’epoca alla quale il ragazzo tiene tantissimo, tanto da averla scelta pure come foto-profilo su Linkedin. Probabilmente il giovane non si accorge nemmeno che alle sue spalle sta per piombare un Vito Mercedes da 9 posti. La macchina di Luca viene sbalzata qualche metro più avanti, quasi a lambire il guard rail: è distrutta, i vigili la ritroveranno poco dopo con la parte posteriore schiacciata sull’asfalto. Per il 31enne, che viveva col padre, non c’è nulla da fare: morto sul colpo. Mendoza ne esce illeso. Dopo un rapido passaggio in ospedale, il peruviano viene portato negli uffici della polizia locale di Milano. Stando a quanto emerso finora, il 34enne avrebbe riferito agli investigatori del Radiomobile di aver trascorso la notte in città con altre persone a bere per locali (senza però fornire i nomi né dei suoi amici né dei pub) e che ieri mattina stava rincasando nella sua abitazione di Locate Triulzi, a pochi chilometri dal luogo dell’incidente; a tal proposito, c’è da ricordare che gli agenti avrebbero trovato tracce di birra nell’abitacolo.

Mendoza ha aggiunto di essere stato distratto da una chiamata arrivata sul cellulare pochi secondi prima, ammettendo sì di aver girato lo sguardo verso lo smartphone – appoggiato sul sedile – per controllare chi gli stesse telefonando senza però afferrarlo per rispondere. Dettagli da verificare. Così come va approfondita, e i vigili lo stanno facendo, la sua attività lavorativa: intestatario di decine di veicoli che sostiene di rivendere on line, ha detto che il Vito con targa tedesca gli era stato prestato da un amico. Il sospetto è che possa trattarsi di un prestanome o di uno di quegli Ncc abusivi che la sera fanno la spola tra le discoteche per riaccompagnare i ragazzi a casa. Una cosa è certa: non era la prima volta che Mendoza si metteva al volante ubriaco. Già nel 2010, la Stradale di Lodi gli aveva ritirato la patente per 6 mesi per guida in stato d’ebbrezza. Viaggiava con una denuncia nel cruscotto: era quella che aveva presentato recentemente dopo aver smarrito il documento di guida e che gli serviva per continuare a circolare.