Milano, 26 novembre 2017 - Un ibrido e forse regolare in Italia, o una lince del deserto, animale selvaggio illegalmente detenuto in casa? Il giallo del gatto modificato ha impegnato, in un sabato pomeriggio piovoso, una fitta schiera di milanesi ad arrovellarsi sul Facebook ufficiale del Comune intorno a un muscoloso felino con orecchie fuori scala, immortalato in pettorina tartan al guinzaglio di una figura femminile dai jeans strappati.

«Diffondiamo questa foto scattata mercoledì 22 novembre intorno alle 17 in piazzale Loreto - ha scritto Palazzo Marino -. L’animale è un caracal (detto lince del deserto, ndr), felino selvatico che vive in Africa e Asia. È pericoloso per l’incolumità di tutti (è vietato dalla legge 150 del ’92). Chiediamo l’aiuto dei cittadini in quanto è necessario comunicare al proprietario di portare l’animale al più vicino comando Carabinieri Forestale, che fornirà le indicazioni su come comportarsi». La soffiata  fotografica è arrivata a Gustavo Gandini, il veterinario che da marzo condivide con la collega Paola Fossati l’incarico (a titolo gratuito) di Garante degli animali presso l’assessorato al Turismo, sport e tempo libero. E mentre al Comune cominciano ad affluire segnalazioni, sotto il post, che in serata supererà le mille condivisioni, si scatena in parallelo il dibattito. Chi lo incontra spesso ai Giardini Montanelli, chi l’ha avvistato a spasso per corso Vittorio Emanuele. Chi inveisce contro presunti funzionari doganali distratti, invocando il contrappasso per chi tiene al guinzaglio una bestia che dovrebbe correre libera nella savana. Animalisti estremi che s’indignano ci si preoccupi dell’incolumità degli umani, «e non del maltrattamento nei confronti dell’animale».

Gattisti che invitano a preoccuparsi piuttosto della pericolosità dei «cani degli spacciatori». Ma molti insistono invece che il Comune ha toppato, perché il gattone non è un caracal ma di un caracat, cioè un ibrido tra lince desertica e gatto nostrano, che sarebbe «perfettamente legale». C’è poi chi, in quella foto di profilo e un po’ sgranata, riconosce senza indugi un caraval, di padre caracal e madre servala, e chi assicura che è evidentissimo trattarsi invece di un savannah F3. Un mix tra il nostrano e il servalo, o gattopardo africano; un altro figlio della moda emergente dei mici ibridati. Geni selvatici addomesticati per intervento umano in allevamento, creando razze dai nomi esotici, come il safari (corretto col sudamericano gatto di Geoffroy) e il bengala (gatto più gattoleopardo), dal quale si ottengono poi varianti come il toyger, simile a una tigre in miniatura, e l’ashera, ipoallergenico e carissimo. F1, F2, F3 indicano, di incrocio in incrocio, la distanza progressiva dall’originale selvaggio, e corrispondono a diversi livelli di precauzione richiesti ai proprietari, perché gli ibridi giudicati non pericolosi possono essere posseduti anche in Italia. In serata il Comune fa rientrare l’allarme: il proprietario del felino è stato rintracciato (la ragazza in foto è solo una parente). Pare abbia spiegato che in effetti non è una lince ma un ibrido. L’ufficio del Garante gli fisserà un appuntamento per portare i documenti che ne dimostrino la regolarità, e «per concordare le migliori modalità di custodia». Perché, chiariscono dal Comune, il gatto modificato non può comunque esser portato per strada al guinzaglio come un barboncino.