Milano, 11 gennaio 2017 - Lavori saltuari nell’edilizia e un’attività parallela, nello spaccio di droga. Non frequentava moschee ma il centro sociale Leoncavallo di Milano, dove era conosciuto come ‘Omar il marocchino’, per «socializzare e ascoltare la musica». Su Facebook, però, pubblicava post con la storia della bandiera nera dell’Isis o video di persone che distruggono «simboli dell’Occidente», come i videoregistratori.

La seconda vita online di Omar Nmichi, 32 anni, nato a Fes, in Marocco, ma residente da anni in Italia, è finita sotto la lente d’ingrandimento. Nove post estremisti pubblicati nell’arco di un anno, e contatti stretti con un presunto ‘indottrinatore’, il tunisino El Hammami Ghassene, una delle figure chiave di un’inchiesta della Dda di Perugia. Elhammami e altri tre nordafricani arrestati, che gravitavano tra Milano e hinterland, sono sotto processo con rito abbreviato nel capoluogo umbro. Solo la posizione di Nmichi è stata trasferita a Milano per competenza territoriale. «Non sono un ragazzo cattivo, ho condiviso quei pensieri solo per curiosità senza alcuna volontà di ribellione», ha spiegato Nmichi in aula, rilasciando dichiarazioni spontanee davanti ai giudici della Corte d’Assise di Milano, al pm Paola Pirotta e al suo difensore, l’avvocato Sandro Clementi. «Facebook è come un telegiornale – ha proseguito – si trovano tante notizie diverse. Erano solo parole, non pensavo fosse così grave». Le indagini della Polizia postale sono partite da una vignetta pubblicata online dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, il 7 gennaio 2015. Gli investigatori si sono concentrati sulla figura di El Hammami, frequentatore di gruppi salafiti tra l’Italia e la Germania e considerato un indottrinatore via internet. Una figura carismatica e «rispettata» nella sua cerchia di contatti. «Utilizzava due profili Facebook per fare propaganda allo Stato Islamico – ha spiegato in aula un agente della Polizia postale che si è occupato delle indagini sul social network – con un aumento progressivo degli interventi e delle minacce». I messaggi venivano postati in forma privata sulla bacheca degli amici che «riteneva più vicini». Bambini e ragazzi in mimetica che maneggiano proiettili accanto a una bandiera nera, incitamenti a «diventare martiri, a far crescere l’odio verso i miscredenti». Una galassia di profili Facebook che vengono chiusi e riaperti con altri nomi.

Analizzando i suoi contatti, la Polizia postale è risalita a Omar Nmichi, che incontrava ElHammami e altri presunti estremisti anche al centro sociale Leoncavallo. Il primo post «inneggiante allo Stato Islamico» pubblicato da Nmichi, che abitava in un appartamento a Sesto San Giovanni con due coinquilini, risale al 5 dicembre 2015. L’ultimo all’ottobre del 2016. Poi il profilo con 49 amici è stato chiuso. Un’attività «discontinua» che si concentrava solo online - nelle conversazioni telefoniche intercettate «non hanno mai parlato di terrorismo» - sufficiente secondo i pm per configurare il reato di istigazione a delinquere e apologia del terrorismo. Il gruppo non frequentava centri islamici. Alla propaganda via internet si mescolava, secondo le accuse, lo spaccio di stupefacenti. El Hammami, convocato in aula come testimone, ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere. Nmichi, detenuto nel carcere di massima sicurezza di Sassari, ha scelto invece di parlare. «Per me il Leoncavallo era un bel posto – ha riferito – dove bere, ascoltare buona musica e socializzare. Ho condiviso quei messaggi solo per curiosità, le mie azioni sono state male interpretate».