Arese (MIlano), 22 settembre 2017 - "Portatemi a compiere il Jihad e salvatemi dalla vita per amore della morte", recita il testo di una delle canzoni che Nadir Benchorfi aveva scaricato sul suo cellulare. Per i giudici che a luglio gli hanno inflitto quattro anni di carcere non ci sono dubbi: il 30enne marocchino era disponibile a farsi esplodere per lo Stato islamico nel grande centro commerciale di Arese e stava progettando l’attentato.

"Loro ci odiano tanto... e Dio lo sa e la maggior parte dei fratelli lo sanno perché sono nati in Europa", diceva a un interlocutore intercettato al telefono. E parlava di un "programma" che aveva in mente di adottare una volta assunto in un fast food all’interno di un centro commerciale, come in effetti poi avvenne. "Il progetto cui faceva riferimento l’imputato consisteva nella pianificazione dell’attentato", scrive la Corte d’assise, presidente Giovanna Ichino, nelle motivazioni della condanna per terrorismo internazionale nei confronti del giovane maghrebino. 2Forte riscontro di ciò - sostengono - è rappresentato dalle foto rinvenute nel suo cellulare".

Immagini scattate nel centro commerciale per mettere a punto i particolari dell’attentato, accusano gli inquirenti. "Solo per mostrare agli amici il luogo dove lavoravo", si difende lui. Secondo il pm Enrico Pavone, che aveva chiesto otto anni, Benchorfi avrebbe il «profilo» di altri attentatori che si sono mossi per l’Isis in Europa. Secondo la Digos, il 30enne usando Telegram si sarebbe messo a disposizione per compiere attentati in Italia. Da dove, tra l’altro, al suo rientro da un periodo in Germania aveva cominciato ad inviare somme di denaro nelle zone di guerra per sostenere la jihad. Poi c’è la frequentazione avvenuta a Berlino di personaggi legati all’Isis. Pena dimezzata tuttavia rispetto alla richiesta dell’accusa, però, perché i giudici riconoscono che molto di quello che possono imputare a Benchorfi viene dalle sue originarie confessioni. Prima che decidesse però di ritrattare tutto. Dietrofront ritenutonon credibile dalla Corte d’Assise.