Milano, 30 dicembre 2017 - Folla di chef, da Oldani a Cannavacciuolo, da Sadler a Santin, per l’addio a Gualtiero Marchesi. E di amici, parenti e tanti cittadini comuni che avrebbero voluto assaggiare tutte le sue prelibatezze. L’ultimo omaggio di Milano al «maestro» della cucina italiana, morto a 86 anni, il giorno di Santo Stefano. Le esequie si sono svolte nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, sulle note di Mendelssohn e l’Ave Maria di Piazzolla, alcuni dei brani scelti dai tre nipoti e fra i più amati dal nonno, un grande appassionato di musica. Don Gino Rigoldi, cappellano nel carcere minorile Beccaria, ha celebrato i funerali. E tratteggiato la figura di questo uomo che non amava essere chiamato maestro né amava i voti anche se accettava i giudizi che lo portavano a riflettere, in una continua gara con se stesso alla ricerca della perfezione. Del buono, del bello. «L’idea è dentro la materia e dobbiamo liberarla». È dentro di noi. Ed è quello che ostinatamente cercava di fare davanti ai fornelli, senza arrendersi. Così l’hanno ricordato un po’ tutti quelli che lo conoscevano, «un esempio» per quanti vorranno seguire la sua strada. 

«A  chi ha voluto bene a Gualtiero dico parlategli, non è sparito, è in un’altra dimensione», ha ricordato dal pulpito don Rigoldi che ha scelto di leggere un passo delle Beatitudini «perché parlano di cose belle, buone e giuste, quelle che rendono bella e serena la vita. Con il suo lavoro Gualtiero ha creato una bellezza che vale già da sola come bene assoluto, e l’ha unita al cibo che richiama familiarità, amicizia e allegria». Ecco quindi che, per don Rigoldi, «la bellezza del mangiare può essere una virtù», che condividere il mangiare è importante per la vita umana, «non a caso - ha ricordato - la messa è nata proprio durante una cena». Ed è facile immaginare «Gualtiero in un faccia a faccia con Gesù, magari proprio a parlare di cibo, di vino. D’altronde il primo miracolo di Gesù fu quello compiuto in un pranzo di matrimonio con la trasformazione di acqua in vino, lo ricordate vero?».

Poi, dopo l’omelia, è stato un flusso di ricordi: delle figlie, Simona, che si è dovuta interrompere per la commozione, e Paola che ha spiegato di essere stata cresciuta «nell’amore per il bello, il vero, l’essenziale, una filosofia di vita che voglio esprimere nella più alta forma artistica, che è la vita stessa. Riconosce l’ex allievo Pietro Leeman: «Hai dato dignità a noi cuochi». Gli stessi, della Federazione italiana che lasciate le cucine, si sono infilati divisa e cappello e, con le lacrime agli occhi, sono venuti a salutarlo. Addio, «maestro». Applausi.