Milano, 13 gennaio - Nel covo in zona viale Certosa sono spuntati un kalashnikov, pettorine e cappellini falsi col logo e la scritta «polizia», parrucche e baffi finti, un taser, un disturbatore di frequenza e radioline, quando, mercoledì, la banda è stata smantellata. Quattro persone sono finite in carcere, due agli arresti domiciliari. Tutti italiani, tra cui due donne, indagati per la rapina del 20 marzo 2017 in una gioielleria di via Marco D’Agrate alla periferia sud est di Milano. Rapinatori esperti e con precedenti specifici.

L’irruzione era stata in pieno giorno: un malvivente aveva minacciato i presenti con una pistola, un altro aveva raggruppato in un angolo le sei persone presenti mentre un terzo si era dato da fare sfondando una vetrina con un martelletto e arraffando gioielli per un valore di 280mila euro. Poi la fuga a bordo di un ciclomotore. L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita mercoledì dagli agenti del commissariato Scalo Romana diretti dal vicequestore aggiunto Francesco Anelli, che hanno seguito il caso fin da subito e messo insieme uno dopo l’altro i tasselli. Fino ad incastrare la banda di sei persone, capeggiata da un 52 enne originario di Bari, Enrico Lopez, residente a Milano. Finito in manette insieme ai complici Pietro Carnago, di 33 anni, Margherita Amoruso di 50 e Mario Capani di 60, detenuto semilibero. Ai domiciliari un’altra donna, A.G., 40enne, e C. N., un uomo 46enne. Subito dopo la rapina, la polizia si era messa al lavoro per individuare i responsabili e il primo elemento utile è affiorato il 20 aprile quando per strada è stato fermato uno scooter del tutto simile a quello utilizzato per la fuga.

Fondamentale, poi, l’analisi «molto dettagliata», come spiega il dirigente Anelli, dei tabulati telefonici: dopo la rapina, le utenze telefoniche - intestate a pakistani - erano state disattivate. Ricostruendo i fatti, è emerso che i sei avrebbero avuto l’intenzione di mettere a segno il colpo già 5 giorni prima ma avevano desistito intuendo la presenza di un’auto della polizia in borghese. È emerso, ancora, che le donne avrebbero avuto un ruolo fondamentale dal punto di vista «logistico». In particolare Amoruso è stata riconosciuta dalla moglie del titolare della gioielleria, che ha sostenuto di averla vista già all’inizio dell’anno, evidentemente impegnata a fare dei sopralluoghi. A tradirla, la «corporatura robusta» che è rimasta in mente alla gioielliera. La refurtiva? Sparita. E i rapinatori sono accusati anche di ricettazione.