Milano, 13 gennaio 2018 - Giorgio Gori è convinto che gli appelli di questi giorni abbiano comunque lasciato il segno. Il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Lombardia ritiene che una parte dell’elettorato di “Liberi e Uguali” non sia affatto rimasto insensibile al richiamo all’unità delle forze progressiste, a differenza dei dirigenti del movimento nato dalla fusione tra Mdp, Sinistra Italiana e Possibile. Che una parte dell’elettorato di “Liberi e Uguali” sia dell’idea che la priorità è innanzitutto chiudere 23 anni di governo del centrodestra in Regione. Gori confida quindi nel voto disgiunto dei simpatizzanti della sinistra, il prossimo 4 marzo: una crocetta sul simbolo di LeU sulla scheda valida per le elezioni Politiche ed una in favore della coalizione che sostiene lo stesso Gori sulla scheda delle Regionali.

«Gli elettori sono meglio dei dirigenti di partito» dice il candidato governatore a margine del suo intervento al «Seminario sulla Lombardia» al Palazzo delle Stelline. Concetto che Gori aveva scandito solo in modo più morbido poco prima: «Io credo che gli elettori del centrosinistra li compattiamo tutti anche se qualche vertice di partito ha deciso diversamente. Sono sicuro che gli elettori, anche quelli di “Liberi e Uguali”, abbiano capito perfettamente qual è il valore della partita che stiamo giocando in Lombardia e quanto sia importante che concorrano con il loro voto a questo disegno». «LeU – prosegue Gori – farà fatica a spiegare la propria scelta ai lombardi che sicuramente, tra un distinguo sul mio slogan elettorale e altri 5 anni di governo della Lega, preferiscono che tutto il centrosinistra lavori insieme. Ringrazio tutti quelli che in questi giorni si sono spesi per l’unità. Ora andiamo dritti, continuiamo la nostra corsa».

«Fare meglio»: questo lo slogan della discordia. Incapace, secondo i vertici di LeU, di esprimere una vera discontinuità con le politiche del centrodestra, una riprova, sempre secondo LeU, che il programma di Gori non è abbastanza di parte. «Credo sia un pretesto, questo – commenta Gori –. Non cambio lo slogan, anzi ne rivendico il senso politico: “Fare, meglio” significa avere la capacità di distinguere tra quello che va buttato e quello che invece va salvato, significa essere umili, significa essere riformisti, il riformismo è la mia cultura». Laicità e legalità, lavoro e inclusione, innovazione e semplificazione. Queste le parole chiave scandite ieri da Gori. Nel suo programma promette «scelte anche impopolari per spingere gli stili di vita privati verso la dimensione della sostenibilità. In questi anni il centrodestra ha costruito autostrade ora semideserte e a volte anche incomplete: simboli del loro fallimento».