Milano, 18 gennaio 2018 - «Marco Cappato va assolto». Secondo la Procura il suo apporto al suicidio del dj Fabo non è reato. Anzi, l’esponente radicale è imputato «per aver agevolato qualcuno nell’esercizio del suo diritto alla dignità». Se Cappato è colpevole, sono colpevoli «tutte le persone che hanno agevolato Fabiano Antoniani nel mettere in atto il suo proposito, dalla fidanzata al notaio che ha redatto i documenti, fino al portinaio che ha aperto la porta per farlo uscire di casa quando è andato in Svizzera». Nella requisitoria della pm milanese Tiziana Siciliano i concetti che ricorrono sono gli stessi: diritto alla dignità e all’autodeterminazione. E se per Cappato la l’accusa si è «rifiutata di accusare», chiedendo alla Corte d’Assise l’assoluzione per l’aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, fra gli applausi dei presenti, il discorso si trasforma in un “atto di incriminazione” per la stessa legge. Siciliano ha avanzato infatti, in subordine, la proposta di valutare la legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, quello sull’aiuto al suicidio, chiamando in causa la Consulta. Un articolo «strano e di difficile comprensione», che «risale al 1930, quando in Italia l’influenza spagnola uccideva 700mila giovani, non esisteva la penicillina e il suicidio era un atto lesivo nei confronti delle persone sane». Quasi un secolo dopo «è necessario adeguare le norme» anche in relazione ai pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo sul fine vita. Prima che la prendesse la parola per le conclusioni, la collega Sara Arduini ha descritto la «fortissima volontà di morire» di Fabo, tetraplegico in seguito a un incidente.

«Quando una volontà è granitica come quella di Fabo nessuno può influenzarla – ha spiegato – Cappato non aveva la possibilità di influire sulla sua decisione e, anzi, gli ha chiesto fino alla fine se volesse cambiare idea». Marco Cappato «non ha rafforzato il suo intento, lo ha solo rispettato». E un’eventuale condanna (i pm avevano chiesto l’archiviazione ma il gip aveva disposto l’imputazione coatta) sarebbe «la conseguenza aberrante di un’interpretazione estensiva dell’articolo 580». Articolo finito ‘sotto processo’ nella seconda parte della requisitoria. «Bisogna interpretarlo secondo le norme europee – ha sottolineato il pm Siciliano – la società cambia, e cose che sembravano intoccabili si sono sciolte come neve al sole. Una volta l’onore era considerato un valore tale da giustificare un delitto». Dj Fabo, «costretto a letto tra gangli di dolore», aveva il diritto di «decidere che tipo di morte considerare dignitosa». Il magistrato ha concluso leggendo un brano del filosofo inglese Tommaso Moro sulla libertà di scelta nella ‘città ideale’ e ha tracciato un parallelo: «Moro è stato giustiziato per le sue idee e poi santificato, non voglio questo per Cappato». Poi i difensori dell’esponente radicale, gli avvocati Massimo Rossi e Francesco Di Paola, si sono associati alla richiesta di assoluzione. E Cappato, davanti alla fidanzata e ai familiari di Fabo, ha preso la parola in aula: «Se dovesse essere giudicato irrilevante l’aiuto che ho dato a Fabiano, a una assoluzione preferisco una condanna». Il 14 febbraio è prevista la sentenza.