Milano, 14 febbraio 2018 -  I giudici della prima Corte d'Assise di Milano  - due togati e sei popolari - hanno deciso di trasmettere gli atti alla Consulta affinché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio nel processo all'esponente dei Radicali e tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, imputato per la morte di Fabiano Antoniani, 40 anni, noto come dj Fabo, in una clinica svizzera col suicidio assistito il 27 febbraio 2017. I pm chiedevano l'assoluzione; in subordine avevano proposto l'eccezione di illegittimità costituzionale. Oltre allo stesso Cappato, assistito dai legali Massimo Rossi e Francesco Di Paola, era presente in aula, come a tutte le udienze, Valeria Imbrogno, fidanzata di Fabo: "Sono molto felice", ha commentato dopo la decisione del Tribunale (VIDEO). 

"Va riconosciuta a ciascun individuo la liberta' di scegliere come e quando morire". E' uno dei passaggi della lunga ordinanza con cui i giudici della prima corte d'assise di Milano hanno sospeso il processo a Marco Cappato,, trasmettendo gli atti alla Corte costituzionale. Nel loro complesso provvedimento, che fa riferimento a numerose sentenze tra cui anche quelle relative ai casi Welby ed Englaro, i giudici sostengono che una parte dell'articolo 580 del Codice penale, quello che sanziona le condotte di chi agevola il suicidio ma non incide sul percorso psichico della persona, non sia sanzionabile. Per l'ipotesi di "rafforzamento del suicidio", che pure era contestato a Cappato, i giudici ritengono che Cappato non sia colpevole perche', come confermato da diversi testimoni in aula, Fabiano Antoniani decise autonomamente di morire col suicidio assistito in Svizzera nella clinica Dignitas. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliana che, assieme alla collega Sara Arduini, aveva chiesto di assolvere o mandare alla Consulta gli atti del processo, ha commentato che è "un'ordinanza giuridicamente impeccabile". "La Corte - ha detto Siciliano dopo la lettura dell'ordinanza - ha ritenuto che ci sia una questione legislativa da valutare da parte dell'organo costituzionale e ha scritto un'ordinanza completa, che ha preso in considerazione tutti gli elementi dell'imputazione e ha fornito fortissimi elementi di valutazione alla Consulta". 

 

CAPPATO_26633101_123731CAPPATO: "ERA MIO DOVERE" - "Aiutare Fabo a morire era un mio dovere, la Corte costituzionale stabilirà se questo era anche un suo diritto oltre che un mio diritto". Così Marco Cappato ha commentato l'ordinanza con cui la Corte d'Assise di Milano ha rinviato alla Consulta gli atti del processo in cui era imputato per il caso di dj Fabo. L'esponente dei Radicali si è detto "grato" ai giudici per avere "riconosciuto che non c'è stata alcuna alterazione della volontà di Fabiano Antoniani". "Continuerò a rivendicare questo aiuto in ogni sede". E ha concluso:  "Voglio dire grazie a Fabiano per quello che ha fatto e che, clandestinamente, fanno molte persone ogni anno". (VIDEO)

 

Dj Fabo in un frame del video in cui ringrazia Cappato (Ansa)UN PROCESSO STORICO CHE HA SCOSSO COSCIENZE - Un processo storico, snodo cruciale dal punto di vista giudiziario sul tema del 'fine vita' che nel frattempo ha ricevuto una prima risposta politica, attesa da anni, con la legge sul testamento biologico. Ma anche un processo ad alto livello di emotivita', che ha scosso le coscienze, in cui accusa e difesa si sono trovate dalla stessa parte e il vero protagonista e' stato il corpo di Fabiano Antoniani, svelato in tutta la sua cruda sofferenza sul grande schermo dell'aula della Corte d'Assise di Milano. 

Il processo a Cappato davanti alla Corte presieduta da Ilio Mannucci Pacini (a latere Ilaria Simi De Burgis e sei giudici popolari) era iniziato lo scorso 8 novembre. Ed è scaturito prima dall'autodenuncia dello stesso Cappato ai carabinieri di Milano il 28 febbraio 2017, il giorno dopo la morte nella clinica 'Dignitas' di Antoniani, e poi dalla decisione del gip Luigi Gargiulo, che respinse la richiesta di archiviazione della Procura e ordinò l'imputazione coatta per l'esponente radicale spiegando che l'imputato non solo aiutò Fabo a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, «rafforzando» il suo proposito. Nel corso del dibattimento ci sono stati molti momenti toccanti, dolorosi e angoscianti come la proiezione in aula dell'intervista che Fabo rilasciò a Le Iene un paio di settimane prima di andare, accompagnato in auto da Cappato, nella struttura vicino a Zurigo. «Andrò via col sorriso perché vivo nel dolore», diceva, prima di essere colpito da una delle tante crisi respiratorie, Antoniani, cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale nel 2014. Davanti a quelle immagini anche il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, come tanti in aula, si era commossa. "Sono assolutamente convinto della mia scelta - diceva ancora Fabo - la mia vita è insopportabile, è una sofferenza immane".

Poi la testimonianza della madre, Carmen Corallo, che prima che Fabo schiacciasse con la bocca il pulsante ebbe la forza di dirgli: «Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada». La fidanzata, Valeria Imbrogno, poi, ha raccontato che per Fabiano ciò che era più insopportabile era la cecità e fece anche lo «sciopero della fame e della parola» coi suoi cari per non essere fermato. I pm Siciliano e Sara Arduini avevano chiesto l'assoluzione mettendo in luce che Cappato aiuò Fabo «a esercitare un suo diritto, non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità» nel morire. In subordine, avevano chiesto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per la valutazione della legittimità del reato di aiuto al suicidio, previsto dall'articolo 580 del codice penale. Sulla stessa linea erano anche le richieste dei difensori di Cappato.