Milano, 7 dicembre 2017 - Primo messaggio alla città (e alla regione) per l’arcivescovo Mario Delpini. C’è attesa. In quelle parole di saluto, il suo «manifesto», la chiave del suo mandato. Cambia linguaggio, Delpini. Ricercato ma semplice, diretto. Cambia il tono e, pur nella sacralità della basilica di Sant’Ambrogio e del momento, riesce a strappare sorrisi a chi indossa la fascia tricolore e ai tanti presenti, giovani, famiglie con bimbi piccoli al seguito, anziani.

È il giorno dedicato al patrono e lo dedica all’«arte del buon vicinato» e parte dalla sua storia di funzionario-vescovo e da tre parole chiave: «vicinanza alla gente», «il suo farsi presente», il «mettersi in mezzo in un momento che poteva generare in un conflitto». Tre caratteristiche che si rileggono nei primi 90 giorni di Delpini vescovo.

Comincia da un elogio alle istituzioni, sindaci, forze dell’ordine, e insegnanti ovviamente «se sono oneste», ma non fa sconti l’arcivescovo. Si chiede a tutti di fare di più. Al bando la «tendenza diffusa a lamentarsi sempre di tutto e di tutti», e «quella seminagione amara di scontento che diffonde scetticismo, risentimento» gettando «discredito sulle istituzioni». Le tasse vanno pagate e Delpini lo dice chiaramente: «Pagare le tasse non può essere inteso come fosse un rassegnarsi a un’estorsione; è piuttosto un contribuire a costruire la casa comune», anche se - sottolinea - «il sistema fiscale del nostro Paese necessita di una revisione profonda».

Chiede un’alleanza «Per un’arte del buon vicinato», l’arcivescovo. Lo chiede alle istituzioni, ricordando alcune priorità per evitare «lo sperpero e il degrado» e «la nascita di ghetti e zone di segregazione» e proponendo alcuni temi sull’agenda: emergenza casa in primis. Ma lo chiede anche ai milanesi. «È dovere di tutti contribuire a una cultura della legalità e del rispetto. È irrinunciabile da parte delle famiglie e delle agenzie educative formare una mentalità che apprezza il bene comune». Cita il poeta Eugenio Montale, invitando a rendere superata la sua visione di Milano come «un enorme conglomerato di eremiti». Cita Papa Francesco e cita l’«antica saggezza» dell’articolo 2 della Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Parla anche di sicurezza partecipata, Delpini: La sua «arte del buon vicinato» parte da uno sguardo, che significa «mi accorgo che esisti anche tu», «rifugge dalla curiosità invadente e pettegola», «non si accontenta di una porta blindata per garantirsi la sicurezza, ma si sente rassicurato dalle relazioni di reciproca attenzione che si sono stabilite e sono state custodite». Aggiunge la regola della «decima», consigliando buone pratiche. «Ogni dieci parole che dici, ogni dieci discorsi che fai, dedica al vicino di casa una parola amica, una parola di speranza e di incoraggiamento». E, ancora, «Se sei uno studente o un insegnante, ogni dieci ore dedicate allo studio, dedica un’ora a chi fa fatica a studiare». Vale per gli sportivi, vale per i cuochi. «Naturalmente la regola delle decime potrebbe essere anche molto più impegnativa se si passa ad esempi più consistenti – ricorda anche a chi è seduto in prima fila – ogni dieci case che affitti... cosa fai?».

Chiude con una battuta ai rappresentanti delle istituzioni che saliranno poco dopo sull’altare a rendergli omaggio: «Sono partito dalla storia di Sant’Ambrogio, funzionario, e ho fatto un elogio alle istituzioni non perché cerco un vescovo. C’è già». Sorride, ricordando poi l’amore comune per la città e la regione. «Nessuno è perfetto e tutto si può migliorare», ma l’elogio è «anche per svegliare i giovani, per scuotere i pensionati in piena efficienza» e per chiedere a tutti di far parte dell’«alleanza»: «chi abita da sempre in città e chi è arrivato oggi, chi abita in centro e chi abita in periferia, chi parla il dialetto milanese e chi stenta a parlare italiano, chi ha un passaporto granata, chi ha un passaporto blu, verde, rosso» per contrastare la tendenza all’«individualismo egocentrico». Tutti presenti, in basilica, pronti a tendere una mano di saluto al termine della cerimonia.

«Qyello di oggi è un appuntamento ormai tradizionale. Certo è la prima volta del vescovo Mario e l’affetto e la simpatia che proviamo per lui ci dispongono volentieri all’ascolto», ha sottolineato in apertura monignor Carlo Faccendini, abate di Sant’Ambrogio, ricordando lo «stile tipicamente ambrosiano», che «riunisce insieme la comunità cristiana e la comunità civile» e citando Calvino: «Le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda». «Vorremmo seriamente metterci in gioco per provare ad abbozzare almeno qualche risposta».