Milano, 13 settembre 2017 - Fabrizio Corona, l’ex re dei paparazzi, non ha mai vissuto dei proventi dei reati, ha gestito bene la sua immagine e in coppia con Belen ha fatto il boom. Insieme sono stati Bonnie & Clyde, come ha ricordato lo stesso Corona in udienza, complici e una «macchina da soldi». Corona non è un delinquente professionale, lo hanno riconosciuto gli stessi giudici, nelle motivazioni della sentenza light pronunciata a giugno. «La natura prettamente fiscale e le concrete modalità del reato per il quale l’imputato è stato giudicato colpevole, non consentono di ritenere, alla luce della ricostruzione complessiva dei fatti e della lontananza nel tempo delle condotte che hanno dato origine alle precedenti condanne, che egli viva abitualmente del provento dei reati». Così i giudici Guido Salvini, Andrea Ghinetti e Chiara Nobili nelle motivazioni della sentenza con cui l’ex «fotografo dei vip» è stato condannato a un anno di reclusione per un illecito tributario, contro i 5 anni richiesti dalla Dda.

I 2,6 milioni di euro, quindi, sono per i giudici «ricavi in nero di Fabrizio Corona ed è inconsistente l’ipotesi che certamente aleggiava nel corso delle indagini preliminari della Dda, secondo cui le somme sequestrate potessero avere un’origine diversa dall’attività imprenditoriale di Corona». Come aveva ricostruito la stessa difesa, affidata all’avvocato Ivano Chiesa, Corona ha incassato in nero tra il 2008 e il 2012 i circa 1,78 milioni trovati nel controsoffitto. In quel periodo con «l’affiancamento della figura di Belen Rodriguez ha certamente moltiplicato i guadagni di quel triennio». Il fatto che non sia stato giudicato «delinquente professionale ai sensi dell’articolo 105 del codice penale» potrebbe a questo punto agevolare Corona nella richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali.

Esclusa del tutto l’ipotesi di una collusione con la mafia, cioè di essere il riciclatore di soldi sporchi. «Non emergono da alcun atto dell’istruttoria dibattimentale, un’istruttoria che è stata molto ampia - hanno scritto i giudici - segnali di contatto tra Fabrizio Corona e ambienti della criminalità organizzata. Ciò porta ad escludere la consistenza dell’ipotesi, che certamente aleggiava nel corso delle indagini secondo cui le somme sequestrate potessero avere un’origine diversa dall’attività imprenditoriale di Corona e fossero invece state in qualche forma a lui affidate da terzi in custodia o a fini di reimpiego».