Milano, 15 gennaio 2016 - Hanno visto il loro piccolo insieme, Martina Levato e Alexander Boettcher. Come un padre e una madre ordinari. Alcuni giorni fa, nella sala colloqui di San Vittore, dove, finora, gli incontri madre-figlio e padre-figlio si sono tenuti - già a partire da poche settimane dalla nascita del 15 agosto - tutti i lunedì, ma separatamente. E mentre lei incassa una condanna ad altri sedici anni per una sfilza di assalti al solforico (e dopo i primi quattordici per l’aggressione dell’ex compagno di scuola Pietro Barbini), e l’annessa interdizione legale per tutta la durata della pena che esclude la patria potestà e quindi la genitorialità, parallelamente gioca la vita parallela di quasi madre. Su cui servizi sociali, psichiatri e psicologi nominati dal tribunale per i minori, dovrebbero valutarne - sua e di Boettcher - la capacità genitoriale.

Lei con trenta anni complessivi, allo stato, di interdizione legale, lui allo stato con ‘soli’ quattordici, e in attesa di giudizio ordinario per le altre aggressioni che a Martina e al complice Andrea Magnani sono valse la condanna in rito abbreviato (16 lei, 9 anni e 4 mesi lui). Ma vive una vita parallela anche il bimbo che, affidato dal tribunale minorile in una comunità nel Comasco da subito dopo la nascita, beve il latte che Martina si tira regolarmente ogni quattro ore e che diligentemente conserva nel frigorifero del carcere, e vede sua madre - stabilendo via via un legame - ogni lunedì. In attesa che qualcuno, certo qualificato, ma non prima di maggio, decida. Lasciare il piccolo alla coppia crudele dell’acido che ha fatto strame della vita degli altri (e della propria)? Affidarlo ai nonni, mantenendo comunque un legame con padre e madre naturale? O tagliare ogni cordone ombelicale e darlo in adozione? Intanto il piccolo cresce. E ogni decisione, più il tempo scorre, più sarà dolorosa.

Martina in carcere ha ritrovato il self control. Lo sbotto di rabbia e lacrime, nell’ascoltare il verdetto, pare assorbito. «Mi aspettavo di meno» - ha detto a San Vittore, dove è reclusa dal 29 dicembre 2014 -, nonostante i capi d’accusa (e di condanna) fossero un rosario: associazione per delinquere, lesioni gravissime a Stefano Savi, tentate lesioni a Giuliano Carparelli, lesioni e calunnia ai danni di Antonio Margarito. Martina si aspettava «molto meno», e, in ogni caso, non quel tanto di più che ha ricevuto rispetto al complice Magnani. «Sono molto amareggiata. Una sentenza impari che davvero non mi aspettavo. Eppure ho collaborato, ho ammesso le mie colpe. Credo che ci sia un accanimento nei miei confronti, anche gli altri hanno sbagliato».

È quanto ribadisce, dopo averlo già fatto in aula, anche a una parlamentare del Pd che ieri l’ha visitata: «Ho impiegato un anno a capire il mio sbaglio». Ma nel dirlo, stende - come già fatto davanti a tutti i giudici - una coltre sulle responsabilità di Alexander. «In primo piano adesso c’è mio figlio». Ricorda il giorno del parto in cui glielo hanno portato via. «Ancora non mi spiego cosa sia successo. Mi avevano preparata al fatto che sarei stata trasferita con il bambino all’Icam (l’Istituto destinato alle madri detenute, ndr) come tutte le donne che partoriscono in carcere. Avrei dovuto reagire in quel momento, quando me lo hanno strappato dalle braccia, ma ero stordita dall’anestesia e non ho capito».

A San Vittore, almeno, le cose non vanno poi tanto male. Martina condivide la cella con una compagna con cui si trova «molto bene», è responsabile della palestra e ne va «molto fiera»: tutte le mattine la attendono le ragazze per gli allenamenti. Poi pensa di finire l’università con i quattro esami alla laurea in Economia. Ma non più in Bocconi. Tempo fa aveva sottolineato: «È troppo costosa». Ora riferisce anche che il codice etico dell’ateneo non le consente di completare lì i suoi studi. «In carcere è facile lasciarsi andare, deprimersi, e io non voglio farlo, per mio figlio... All’inizio guardavo la tv, leggevo tutti i giornali, ora ho smesso. Questa immagine della coppia dell’acido non la voglio più vedere».