Milano, 14 febbraio 2018 - Quel colpo non avrebbe mai dovuto partire dall’arma. La Beretta Pm12 doveva essere scarica. O meglio, il caricatore della pistola mitragliatrice doveva essere scarico. E invece qualcosa non ha funzionato, forse nella fase di scaricamento. A farne le spese è stato Andrea Vizzi, centrato al petto da un proiettile calibro 9 esploso da pochi metri: inutili le manovre di rianimazione andate avanti per 45 minuti; il militare è morto durante il trasporto in ambulanza dalla caserma Montebello al pronto soccorso del Policlinico.

Il giorno dopo la tragedia che ha scosso i carabinieri di Milano e di tutta Italia non c’è ancora una spiegazione definitiva. I genitori dell’appuntato 33enne, originario della leccese Corigliano d’Otranto, sono arrivati nel primo pomeriggio di ieri con un volo Brindisi-Linate e hanno raggiunto all’obitorio di piazzale Gorini la fidanzata di Vizzi, agente di polizia, e l’altra figlia residente a Torino; ad accoglierli c’era il comandante generale Giovanni Nistri. Messaggi di vicinanza sono giunti da tutte le istituzioni nazionali e cittadine: dal sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi («Ci stringiamo intorno ai parenti») al sottosegretario alla presidenza di Regione Lombardia Gustavo Cioppa («Il suo ricordo resterà sempre vivo»). Del caso si stanno occupando i carabinieri del Nucleo investigativo, coordinati dall’aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Sara Arduini.

Dopo le dimissioni dall’ospedale San Carlo, dov’è stato ricoverato per una notte in stato di choc, il vice brigadiere che ha accidentamente ucciso Vizzi è stato sentito dai colleghi di via Moscova per avere la sua versione; a breve verrà aperto un fascicolo per omicidio colposo in cui il 46enne verrà iscritto come atto dovuto per i successivi approfondimenti. Di quella squadra, composta da quattro elementi, lui era il responsabile: una lunga esperienza tra Radiomobile e Antidroga, il militare era entrato sin dall’inizio nelle Api, le Aliquote di primo intervento istituite a fine 2015 dopo l’attentato al Bataclan per intervenire in caso di eventuali assalti terroristici; Vizzi, invece, aveva fatto ingresso nel reparto qualche mese fa, proveniente dalla stazione di Arese. 

Tutto è successo in pochi secondi, poco prima delle 18 di lunedì, durante un’esercitazione al piano -2 della Montebello, in un’area riservata proprio all’addestramento delle Api in uno scenario che ricalca quello del parcheggio di un centro commerciale. Il 33enne impersonava un attentatore armato di coltello che all’improvviso aggredisce un militare in strada, simulando uno dei casi accaduti di recente in Inghilterra. Era senza giubbotto antiproiettile, visto che si trattava di un’esercitazione «in bianco», vale a dire con armi scariche. Eppure il colpo è partito comunque, dalla Pm12 imbracciata dal vice brigadiere e capo squadra. Cosa non ha funzionato? Urge una premessa: è da escludere che un colpo sia rimasto in canna, come può capitare con la pistola Beretta d’ordinanza; la Pm12 è un’arma automatica a massa battente, cioè con una sorta di stantuffo posteriore che spinge il proiettile verso l’esterno e per la quale il caricamento di ogni singolo colpo non è effettuato dall’operatore. Quindi, una cosa pare certa: se il colpo è partito, vuol dire che il caricatore era inserito. L’ipotesi più probabile è che il vice brigadiere lo abbia introdotto nella mitragliatrice convinto che fosse privo di proiettili, sicuro di averlo scaricato completamente. Scartata dai colleghi del 46enne – descritto come esperto e molto scrupoloso nel suo lavoro (ieri sera in tanti lo hanno accolto con un abbraccio senza parole al rientro in caserma) – l’ipotesi dell’inserimento volontario di un caricatore pieno, anche solo per simulare un livello di stress il più vicino possibile a una situazione di reale pericolo e con la convinzione che il proiettile non sarebbe mai potuto partire neppure per sbaglio.