Milano, 9 agosto 2014 - Lo sport come passione. E partecipazione. Impegno. E responsabilità. Utile rifletterci, in tempi di fragili nevrotici miti e di tifoserie scomposte, di vanitose apparenze e avide lussuose pretese. E’ necessario, insomma, tornare al senso profondo della competizione (senza dimenticare quel “cum” latino, nella radice della parola: andare insieme), al rispetto della persona, al senso del limite (per gli antichi romani Terminus, e cioè appunto il Limite, era una divinità). La memoria custodita in buoni libri aiuta. Come quella ricostruita da Andrea Bartali in “Gino Bartali, mio papà” per Lumina, uscita tempestiva in occasione del centenario della nascita del campione.  “Saper perdere è più importante che saper vincere”, diceva Gino. E Andrea commenta: “E’ quello che ha cercato di trasmettere ai giovani, a quelli che correvano con lui e quelli delle generazioni successive”. 

Le origini, in una famiglia modesta. I primi successi, fino alle grandi vittorie (due volte anche il Tour de France), le scelte di uomo di fede e il rapporto con la Chiesa, la rivalità con Fausto Coppi, l’idea che lo sport è onestà: “Aveva un fisico formidabile, che non sforzava oltre un certo limite per non danneggiare…Non accettava l’idea di prendere sostanze che potevano in qualche modo aiutare il fisico. ‘Ognuno deve fare con il suo’, si compiaceva di dire”. E l’impegno civile, da buon cattolico, antifascista e pronto a correre ogni rischio, per aiutare gli ebrei perseguitati dai nazisti. 

Una pagina civile e morale, ricordata da Oliviero Beha in “Un cuore in fuga” per Piemme. Le pedalate camuffate da allenamento, ma destinate a portare documenti (nascosti nel telaio della bici) indispensabili alla fuga di famiglie ebree (più di ottocento, le persone salvate). L’arresto e gli interrogatori da parte delle SS italiane capitanate dal famigerato maggiore Carità. E poi le altre gare. E la pedalata vittoriosa verso Parigi, che riunifica l’opinione pubblica italiana lacerata, nell’estate del ’48, dall’attentato al leader del Pci Togliatti. Ritratto d’uomo, oltre che di sportivo sincero. E racconto d’una relazione speciale, tra un campione scontroso e sincero e i suoi fans. 

Lo sport è anche festa di popolo, d’altronde. Come testimoniano pure le pagine di “La partita di pallone. Storie di calcio”, un libro edito da Sellerio e curato da Laura Grandi e Stefano Tettamanti con le grandi firme di letteratura e giornalismo, Vasco Pratolini e Eduardo Galeano, Manuel Vásquez Montalbán e Osvaldo Soriano, Mario Soldati e Gianni Brera, Gianni Mura ed Edmondo Berselli (con le indimenticabili pagine de “Il più mancino dei tiri”), Gabriele Romagnoli e Darwin Pastorin, Nick Hornby e Davide Enia e tanti altri ancora. 

Il calcio come “re dei giochi”, che “offre un contributo essenziale alla letteratura, mentre la letteratura riempie il calcio di parole e di nomi, trasformandolo in racconto, poesia, storia, epica, leggenda”.  C’è un’altra bella storia, da ricordare: quella di “Renzo Barbera. Una vita, un’epoca”, per le edizioni ZeroTre, una biografia scritta da Roberto Gueli e Paolo Vannini sullo storico presidente della Palermo Calcio. Imprenditore perbene, in una città difficile. E sportivo leale. Gli è stato intitolato lo stadio. Un buon omaggio alla memoria dello sport giocato e amato come si deve.