Milano, 2 febbraio 2017 - Stavolta la sentenza è definitiva, e non è sottolineatura da poco: la guerra a colpi di carte bollate si trascinava da decenni. Ora il verdetto non prevede ulteriori appelli: i barconi ormeggiati lungo il Naviglio Pavese devono essere rimossi, così ha stabilito il Consiglio di Stato con due sentenze-fotocopia depositate martedì. La diatriba risale addirittura agli anni Novanta (il primo natante comparve nel 1985). Il 22 marzo 1995, Regione Lombardia fa sapere al Comune che le chiatte-ristorante ormeggiate all’angolo tra via Ascanio Sforza e via Scoglio di Quarto e più avanti di fronte al bar Cristal «stazionano prive del necessario decreto di concessione per occupazione di spazio del Demanio». Forte di quell’indicazione, la Giunta ai tempi guidata dal sindaco Marco Formentini ordina «la cessazione immediata dell’attività di somministrazione alimenti sui barconi». Niente da fare: i gestori presentano ricorso al Tar e ottengono lo stop. Identico copione nel 2009: la Conferenza di Servizi boccia i natanti e ne dispone la rimozione. Cambia qualcosa? Macché: altro rinvio.

Nel 2014, Palazzo Marino torna all’attacco, negando il rilascio della concessione chiesta dai proprietari dei locali e disponendo «il rilascio dello spazio acqueo» entro il termine di 120 giorni. Il Tribunale amministrativo, ancora interpellato dai gestori a rischio sfratto, dà ragione a piazza Scala. Per più motivi. Innanzitutto, i giudici ritengono i barconi «incompatibili» con i vincoli ambientali cui sono soggetti i Navigli, «in considerazione delle esigenze di salvaguardia e di valorizzazione della via d’acqua e del paesaggio urbano circostante». Non basta: per il collegio presieduto da Domenico Giordano, mancano sia il rinnovo del collaudo « a presidio dei soggetti transitanti nelle strutture galleggianti» che l’assenso di ordine edilizio alla permanenza delle chiatte, assimilate a un immobile visto che sono «ubicate nella stessa posizione dagli anni ’80». Una decisione mal digerita dai proprietari dei locali, che fanno appello al Consiglio di Stato. Due giorni fa, i giudici di Palazzo Spada hanno scritto la parola «fine» all’infinita querelle. Partendo da un presupposto: «Lo spazio acqueo occupato dal barcone costituisce un bene demaniale economicamente contendibile, il quale può essere dato in concessione ai privati, a scopi imprenditoriali, solo all’esito di una procedura comparativa a evidenza pubblica».

Come dire: il Comune può anche indire una gara per la gestione di quell’area, ma intanto voi dovete sgomberare. E lo sfratto non può essere sospeso in attesa che venga valutata la compatibilità dei barconi sotto il profilo paesaggistico o che si concluda l’iter di regolarizzazione «della situazione debitoria pregressa» per mancati pagamenti (procedimenti entrambi in corso). Tradotto dal legalese: le chiatte devono sparire nel giro di 4 mesi.

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