Milano, 13 agosto 2017 - L’avvocato Paola Marioni, 57 anni, ha ricevuto l’aggressore nello studio legale di via dei Pellegrini, a Milano, alle 18.40 del 20 luglio. Nel seminterrato del palazzo in zona Porta Romana la donna svolge la sua professione in campo civilistico, occupandosi di questioni fallimentari e condominiali. Cinque coltellate alla parte sinistra del corpo. Delle 19 le prime segnalazioni dei vicini per le urla provenienti dall’ufficio. Secondo le ricostruzioni c’è stata una colluttazione «molto movimentata». La donna era sola nella sua stanza al momento dell’aggressione, era in prossimità della scrivania. L’uomo è scappato portando via il coltello. 

Avvocato Marioni, è passato quasi un mese dall’aggressione da cui si è salvata solo per miracolo, oggi come sta?

«Ancora male, male fisicamente e anche psicologicamente. È un incubo terribile, difficile da superare, anche se mi sta aiutando un bravissimo psichiatra. Qualche giorno fa, proprio sotto casa, rientrando da una commissione, ho visto un uomo che da lontano ho scambiato per il mio aggressore. Era un sosia, non sono svenuta solo perché giro ancora con le stampelle e avevo accanto un’amica».

È già tornata nel suo ufficio?

«Sì, due giorni fa per la prima volta. Ma rivivere la scena non mi ha fatto bene, e non le dico come ho trovato l’ufficio. Mi serviranno giorni per rimettere in ordine solo le carte. E poi c’era sangue dappertutto, sulle tende, sulla scrivania. I medici mi hanno consigliato di stare un po’ lontana da Milano, anche perché io abito proprio nello stesso palazzo dell’ufficio, solo qualche piano sopra».

Che idea si è fatta, chi può volerle così male da pensare di ucciderla?

«Non lo so, ci penso giorno e notte. Ho passato mentalmente in rassegna tutti gli ultimi casi trattati, ma ogni volta mi trovo nello stesso vicolo cieco. Non ho mai rovinato nessuno dal punto di vista patrimoniale, ho quasi 30 anni di carriera e di esperienza, le conciliazioni di cui mi sono occupata hanno sempre accontentato tutti. Forse il tessuto economico che ho toccato ha infiltrazioni mafiose che non conosco e che hanno scatenato questo inferno. Non so più cosa pensare».

È una aggressione molto ben organizzata, messa a segno da un professionista su commissione: non ha lasciato alcuna traccia, sapeva di trovarla sola, cioè sapeva che quel giorno lei non aspettava nessun altro cliente, e lo ha aiutato il fatto che la portinaia fosse in ferie...

«Sì, era sicuramente un professionista. Modi gentili, ben vestito, voleva una consulenza per impugnare una delibera condominiale. D’improvviso la sua espressione è cambiata, penso che fosse strafatto di cocaina, perché quando mi accoltellava aveva uno sguardo cattivo».

Lei non teme che torni a cercarla?

«Temo che qualcuno venga a finire l’opera incompiuta. La polizia conosce questi miei timori, ma non ha ritenuto di darmi non dico una scorta o un piantone sotto casa, ma nemmeno un accompagnamento per alcune commissioni urgenti. Mi sono sentita abbandonata. Sono sola e non ho la più pallida idea di come stiano andando le indagini. Quell’uomo potrebbe cercarmi ancora per uccidermi, ma evidentemente la polizia non ritiene concreto il pericolo. Mi dicono solo di essere fiduciosa, ma non è facile».