Milano, 28 giugno 2016 - A 18 anni alla corte di Tim Cook, ceo della Apple. «Per la seconda volta», tiene a precisare il ragazzo. Cesare de Cal, studente milanese di 18 anni, è stato infatti il più giovane talento italiano invitato al World Wide Developer Conference a San Francisco, California. Una serie di laboratori pratici e incontri per sviluppatori provenienti da tutto il mondo organizzato dall’azienda di Cupertino su una ferrea selezione.

Cesare, come hai fatto?
«Merito di un’app alla quale ho lavorato diversi mesi. Si chiama ‘Vita’, è gratuita, e permette ai bambini di apprendere la matematica. È stata inserita nell’App Store e attualmente è classificata come uno dei giochi più richiesti: è entrata nella top 100 in 18 nazioni. Mi sono candidato alla selezione con ‘Vita’ e mi hanno richiamato: ho vinto anche quest’anno, come nel 2015, una borsa di studio per partecipare alla manifestazione. La mia app è risultata tra le 350 migliori al mondo create da studenti».

Cosa rappresenta per te il World Wide Developer Conference?
«È un’ottima opportunità per conoscere persone che lavorano nel campo dell’informatica e imparare. Dai laboratori pratici alle sessioni per per scoprire le nuove tecnologie della Apple. Arriva anche un personaggio famoso del settore. Quest’anno, come nel 2015, Tim Cook».

Sei riuscito a parlargli?
«È sempre molto cortese e disponibile nei confronti dei vincitori della borsa di studio. C’è stata solo la possibilità di un selfie. Purtroppo è indaffaratissimo. Ma non ha mai l’espressione stanca o contrariata».

Dove nasce questa tua passione?
«Mi è sempre piaciuto usare il computer. Mi ha sempre incuriosito la tecnologia. Alla scuola materna costruivo aspirapolveri con la carta. Poi ho scoperto un computer molto vecchio a casa dei nonni. A 14 anni ho avuto il primo Apple. Quando sono arrivato al liceo scientifico Don Bosco, ho cominciato a realizzare programmi, siti web, poi applicazioni per gli smartphone. è stato un professore a introdurmi in questo mondo. Quindi ho cominciato a partecipare agli hackathon (ndr competizioni e meeting-maratone di esperti informatici che collaborano alla creazione di software)».

Parli bene l’inglese?
«L’inglese è indispensabile in queste occasioni. Ho partecipato a diversi hackathon americani. L’app “Vita’’ è nata in uno di questi, all’Università del Michigan. Con alcuni studenti dell’università del Maryland, invece, ho anche sviluppato Sugar Minder, un’ applicazione che incoraggia i bambini a monitorare il livello del glucosio nel sangue a un intervallo regolare. Rivolto in particolare ha chi ha problemi di diabete».

Dal tuo curriculum si legge che hai incrociato la Nasa...
«Nel 2015 ho partecipato con un team a una competizione italiana di robotica, Zero Robotics, organizzata dalla Nasa e dal Mit. Ho avuto il privilegio di avere il ruolo di team leader nel gruppo: ho insegnato concetti di alto livello di programmazione e collaborato con i professori di informatica per far rispettare un impegnativo crono-programma. La sfida consisteva nello scrivere un codice ed elaborare una strategia per muovere all’interno di uno spazio limitato gli spheres, piccoli cubetti programmabili che possono svolgere determinati compiti nello spazio».

Quali qualità deve avere uno sviluppatore, oltre alle competenze informatiche?
«Curiosità e creatività. Come quando facevo gli aspirapolveri con la carta».
luca.salvi@ilgiorno.net