Milano, 13 settembre 2017 - Mille chilometri, più o meno la distanza fra Milano e Lecce: Anna Mei li ha percorsi in bici, senza fermarsi, in 35 ore e 11 minuti stabilendo il record mondiale di permanenza su pista. Il 12 ottobre invece tenterà di superare il record di 387 chilometri correndo 12 ore consecutive, sulla pista del velodromo Vigorelli. Anche questo, come tutti i primati conquistati, per raccogliere fondi da destinare all’associazione “Debra Sudtirolo” che aiuta i bambini farfalla, affetti da una patologia che rende la pelle molto fragile. Figlia e nipote di tennisti, i primi passi in una palestra li ha mossi da ginnasta: a 16 anni già aiutava l’insegnante e a 18 tenne il primo corso.

Come è passata alla bici?

«Per caso. Era il 1995 e insegnavo ginnastica artistica in una palestra in via Vico. Partecipai a un corso di aggiornamento per insegnare spinning, una nuova disciplina importata dagli Stati Uniti che univa la bicicletta al rigore e all’autocontrollo delle arti marziali. Per molti anni lo praticai tenendomi lontana dalle prove su strada, perché sapevo che non ne sarei uscita. Andò proprio così. Quando arrivarono i primi risultati sportivi su circuiti aperti, senza aver pianificato nulla, abbandonai l’insegnamento. Ora in bici faccio 30mila chilometri l’anno, molti più di quelli che percorro in auto».

Quando ha capito che con la sua attività sportiva poteva essere d’aiuto a qualcuno?

«L’incontro decisivo è avvenuto nel 2009 con i “bambini farfalla”. Ancora per caso: ero campionessa italiana della 24 ore in mountain bike, ma volevo provare le lunghe distanze su strada. Cercai su Internet e il primo evento che mi comparve era una corsa di beneficenza a Cesenatico. Incontrai questi bambini e le loro mamme, che mi raccontarono le sofferenze quotidiane che devono sopportare. Ma ero concentrata sulla gara, non percepii subito che la mia vita stava cambiando...Tre giorni dopo indossavo la maglia coperta di stemmi degli sponsor quando mi guardai allo specchio e mi dissi: “Cosa stai facendo?” Quei bambini avevano bisogno di una voce e io nel mio piccolo potevo fare qualcosa. Tolsi i nomi degli sponsor e al loro posto stampai delle farfalle.»

Ormai lei è la loro paladina pubblica, li ha conosciuti anche in privato?

«Certo, sono nati legami forti con molti di loro: uno è ossessionato dal Milan e così lo accompagno spesso allo stadio, con altri ho passato vari Capodanni. Nonostante gli impegni reciproci, condividiamo tanti momenti felici».

Torna volentieri a Milano, la tua città natale?

«Vivo a Lecco da quattro anni, ma Milano è e resta la mia città. Mi allenavo sul Naviglio pavese oppure andavo fino a Monza, o nel Varesotto. Milano non è bike-friendly, anzi bisogna fare molto attenzione alle portiere delle auto aperte all’improvviso. Per questo è un onore pedalare al velodromo Vigorelli, ma sarebbe importante renderlo ancora pienamente funzionante e fruibile a tutti: è un tempio di storia del ciclismo, tanto che lo chiamavamo “lo Stradivari delle piste”».

Dodici ore consecutive pedalando, come mangerà?

«Non posso fermarmi, i miei collaboratori mi passerano degli stuzzichini. Mi preparerò una torta al riso e miele: una botta di carboidrati e zuccheri. Per le proteine invece mi alimenterò con le barrette, ma sono una crudista, quindi non escludo qualche bocconcino di carne o pesce crudi...»