Milano, 18 agosto 2017 - Salvatore Milici è in coma farmacologico in un letto della Neurorianimazione del Policlinico, dov’è arrivato mercoledì mattina, col cranio sfondato dai colpi di mattonella sferrati da Hicham Hamdan, il suo vicino di casa di 26 anni. Dopo l’intervento chirurgico, durato un paio d’ore, per ridurre la frattura che ha provocato importanti emorragie intracraniche, il 62enne è tenuto in coma indotto: servirà tempo prima che i medici possano valutare i danni e sciogliere la prognosi. Le sue condizioni ieri erano stabili, nelle prime ventiquattr’ore non è migliorato né peggiorato e questo è già un fatto positivo, in situazioni come la sua, ma rimane gravissimo. In lotta per sopravvivere.

Intanto, il pm Luigi Luzi ha chiesto al gip la convalida dell’arresto e la misura della custodia cautelare in carcere per il marocchino che gli ha fracassato la testa con una piastrella di ciotolato recuperata in una mini-discarica abusiva di via della Chiesa Rossa: non è stata ancora fissata la data dell’interrogatorio, ma verosimilmente dovrebbe tenersi tra oggi e domani. «Era qualche giorno che mi prendeva per il c.», la giustificazione che Hicham ha fornito ai carabinieri del Radiomobile. Giustificazione ritenuta poco credibile dagli investigatori, visto che né i familiari del nordafricano né gli altri inquilini dello stabile al civico 1 di via Palmieri hanno riferito di precedenti litigi tra i due vicini di casa. Hicham e Salvatore si conoscevano sì, si incrociavano la mattina nell’androne del palazzo popolare in zona Stadera e magari si vedevano pure di sfuggita al bar tabacchi di via De Sanctis, ma al momento non risultano screzi precedenti alla violenta aggressione dell’altroieri.

Eppure nella testa del marocchino – descritto dai fratelli come una persona in gravi difficoltà psichiche nell’ultimo mese – il 62enne originario di Paternò era diventato un nemico: «Vedrai, vedrai, presto capirai tutto...», aveva sussurrato qualche giorno fa al fratello minore Simo dopo aver incrociato Milici per strada. «Non ci stava più con la testa...», ci hanno raccontato i parenti. Da quando aveva perso il lavoro, a fine giugno, il 26enne era finito in una spirale di solitudine e cattivi pensieri: «La mafia mi vuole uccidere, è la mafia...», le frasi farneticanti che ripeteva in casa. Frasi che avevano particolarmente preoccupato i familiari (padre, madre e due fratelli), tanto da spingerli a chiedere aiuto prima ai medici dell’ospedale San Paolo e poi agli esperti del centro psico-sociale di via Conca del Naviglio.Notti insonni e mattinate passate sul marciapiedi a fumare sigarette e fissare i passanti, era diventata questa la quotidianità del marocchino. Fino alle 10.40 di mercoledì, quando si è avventato come una furia sul 62enne che si stava recando in una farmacia di via Montegani: «Quello doveva morire...», ha detto al fratello più piccolo prima di chiudersi in bagno per lavare da mani e avambracci le tracce di sangue. Lì l’hanno sorpreso e bloccato i militari.