Milano, 3 gennaio 2018 - Sabato Adriano Celentano compie 80 anni. E mentre è ancora impegnato nella realizzazione di “Adrian”, la serie tv realizzata con Milo Manara che dovrebbe andare in onda sulle reti Mediaset, “Tutte le migliori”, il cofanetto con Mina è al terzo posto della classifica. Il luogo di nascita di Celentano è uno degli indirizzi più famosi della musica italiana: Milano (6 gennaio 1937), via Gluck 14. Proprio lì «dove c’era l’erba ora c’è una città». Imitatore di Jerry Lewis, folgorato da “Rock Around The Clock”, 60 anni fa ottiene il primo contratto con “Ciao ti dirò”; nel ’59 la carriera decolla grazie a “Il tuo bacio è come un rock”, un successo clamoroso con il Molleggiato che sconvolge il mondo della canzone italiana: ha una contagiosa vis comica, canta da apostolo del rock’n’roll e si muove in un modo mai visto come a Sanremo, nel ’61, quando per “24 mila baci” dà le spalle al pubblico; innumerevoli i suoi trionfi pop, da “Chi non lavora non fa l’amore” a “La coppia più bella del mondo” (con la moglie Claudia Mori), “Una carezza in un pugno”, “Azzurro”, “Prisencolinensinainciusol” cui sono seguiti film campioni d’incassi (anni ’70 e ’80) e trasmissioni tv che, anche tra le polemiche, sono sempre ai vertici dell’Auditel. Auguri Adriano.

Teo Teocoli, sabato Celentano compie 80 anni...

«Ancora non me ne capacito. D’altronde non è che io sia rimasto fermo: fra un mese ne compio 73.»

Come vi siete conosciuti?

«Avevo 14 anni ed era già il mio mito. Così andavo in via Gluck al 14 perché sapevo che stava facendo il militare e tornava a casa tra le sei e le sei e mezza. Lo vedevo arrivare sulla Giulietta azzurra e mi batteva il cuore. La prima volta che mi ha visto, mi ha guardato e mi ha detto: “Oh cacchio, c’ho davanti lo specchio!” Alla fine mi ha fatto salire in casa, lui non abitava più lì ma c’era la mamma, con la stufa a carbone e i panni stesi. Il cesso era sul balcone, e quando lui ci è andato io l’ho seguito. Mi ha guardato e mi ha detto: “Almeno qui devi stare fuori”».

Poi come andò?

«A 16 anni mi portò con sé a Ischia, facevo parte del suo codazzo. Mia mamma non voleva lasciarmi andare, venne lui a convincerla. Da lì abbiamo vissuto dieci anni fantastici, finché non è arrivata Claudia. Non voglio dire che Claudia sia un rompiscatole, ma non potevamo fare più le cose che facevamo prima. Per esempio non andavamo più al cinema. Anche se per tutti quegli anni abbiamo visto sempre e solo il secondo tempo dei i film, perché se entravamo all’inizio si bloccava tutto corso Vittorio Emanuele per la folla che voleva vedere Celentano».

Da dove nasce il carisma di Celentano?

«Dalla sua grande preparazione. Aveva preparato la voce, aveva imparato la chitarra, aveva preparato anche gli abiti: i pantaloni scampanati, le magliette sempre aperte davanti. Le indossa così perché ha il collo corto, e in quel modo sembrava che lo avesse un po’ più lungo. Adriano era un misto tra Jerry Lewis, Elvis Presley e Ray Charles. Io allora facevo musica, prima coi Camaleonti poi con il gruppo di quelli che in seguito divennero la Pfm. Un giorno arrivò Adriano e mi disse: “Ehi, ma tu devi venire al Clan, tu sei nato al Clan”. Andai al Clan e feci due-tre dischi orrendi, i più brutti della mia vita. Un giorno, all’ultimo piano di piazza Cavour, stavo cantando “Nessuno mi può giudicare”, quando arrivò Adriano e mi disse: “Non farla, anche io l’ho rifiutata. Non farà mai successo”. Un’altra volta mi disse: “Dalla non venderà mai un disco”. Non è che ci credesse davvero, gli piaceva sentenziare».

Lei però poi abbandonò la musica e il Clan...

«Cominciai a fare cabaret. Lo invitavo al Derby ma lui non voleva venire. “A che ora finisce?”, mi chiedeva. “A mezzanotte”, gli rispondevo. “Mezzanotte? Troppo tardi, no no no”. Però una volta riuscii a convincerlo. Alla fine dello spettacolo lo riaccompagnai a casa con il mio Volkswagen. Sul Ponte della Ghisolfa ci ferma la polizia. “Patente e libretto”, mi intima il poliziotto. Allora gli indico Adriano e i poliziotti vanno in visibilio, cominciano a toccarlo, ad accarezzarlo sulla testa - tutte cose che Adriano odia. Quando finalmente riusciamo a ripartire, si volta burbero verso di me e mi dice: “Non devi mai più fare una cosa del genere”. E io: “Ma Adriano, io non ho la patente”. “Nemmeno io”, dice lui».

Ne avete fatte di tutti i colori...

«Una volta a Lecce mi lasciò in mutande. Io viaggiavo con lui, e quindi sulla sua macchina c’era tutto il mio bagaglio. A Lecce Adriano si spaventò per il parapiglia che si era scatenato per il concerto allo stadio e scappò a Roma, con la macchina e tutti i miei vestiti. Fui costretto a chiederli in prestito ai Dik Dik e ai Camaleonti, ma accidenti non ce n’era uno che fosse alto come me».

Come sono i vostri rapporti oggi?

«Ci sentiamo ogni tanto. Quando i ladri sono penetrati nel parco della sua villa mi ha telefonato preoccupato, era molto spaventato. “Adesso cosa faccio?”, mi ha chiesto. Allora gli ho detto: “Perché di sera non mandi fuori Claudia e la fai girare nel parco per un paio d’ore? Vedrai che non ci riprova più nessuno”. E lui: “Hai ragione, però diglielo tu”».

In conclusione, qual è il suo giudizio sul nostro glorioso ottantenne?

«È una delle persone che più mi hanno influenzato, sia artisticamente sia umanamente. Se fosse vero, potrei dire il mio migliore amico ma non è così. Quindi dico soltanto tanti auguri al mio amico Adriano».