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E' sempre più grave il cardinal Martini: "Pregate per lui"

L'invito della diocesi e di Scola

La sorella e i parenti gli sono accanto alla casa di riposo per Gesuiti di Gallarate La carità al centro della sua opera pastorale. Il biblista vinse la sua sfida pastorale e guidò con saggezza la diocesi di Milano

di Gabriele Moroni

Il cardinale Carlo Maria Martini, ex arcivescovo di Milano
Il cardinale Carlo Maria Martini, ex arcivescovo di Milano
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di Gabriele Moroni

Milano, 31 agosto 2012 - Poche righe di comunicato e l’invito a pregare per il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, alla guida della Chiesa ambrosiana del 1980 al 2002. Le condizioni di Martini, che da anni soffre del morbo di Parkinson, si aggravano di ora in ora e le speranze si affievoliscono sempre più con il trascorrere del tempo. Accanto a lui, all’Aloisianum, la casa dei gesuiti di Gallarate, la sorella e i parenti.

L’invito dell’arcidiocesi è quello di pregare. Pregare con «speciali preghiere». «Le condizioni - è il comunicato dell’Ufficio comunicazioni sociali - di salute del cardinale Carlo Maria Martini si sono particolarmente aggravate. L’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, raccomanda a tutti i fedeli della Diocesi e a quanti l’hanno caro speciali preghiere, espressione di effetto e di vicinanza in questo delicato momento».

Carlo Maria Martini è nato a Torino nel 1927. Entrato nella Compagnia di Gesù a 17 anni, viene ordinato sacerdote nel 1952. Quando, nel dicembre 1979 Giovanni Paolo II lo nomina arcivescovo di Milano sono in molti a provare sorpresa. Martini è un biblista di fama, rettore della Gregoriana. Manca di una vera esperienza pastorale e viene inviato a reggere la diocesi più grande del mondo per complessità e numero di parrocchie. l mantra di sorpresa sale di tono quando Martini rende nota la sua prima lettera pastorale che propone «La dimensione contemplativa della vita». Questo mentre Milano e l’Italia sono insanguinate dal terrorismo.

Ma il nuovo arcivescovo vede con chiarezza la strada da percorrere. Dimostra da subito di saper coniugare la severità verso chi ha sbagliato con la delicata sensibilità da riservare alle vittime. Nello stesso tempo è pronto ad accogliere ogni vero senso di pentimento. Il seme attecchisce. Accade la mattina del 13 giugno 1984. Un giovane bussa alla porta dell’Arcivescovado. Chiede di parlare con il segretario del cardinale. Approfitta di un attimo di distrazione del sacerdote per lasciare sulla scrivania le tre grosse borse che porta con sé e dileguarsi. Dentro c’è un arsenale impressionante di Kalashnikov, pistole, bombe a mano, persino un razzo per bazooka. È la santabarbara dei Comitati Comunisti Rivoluzionari, un gruppo terrorista sotto processo all’epoca a Milano. E’ una resa, nelle mani della Chiesa.

Mani Pulite non è ancora deflagrata è l’arcivescovo anticipa la tematica della moralità pubblica, insieme con quelli della bioetica, del volontariato, della giustizia. Nel luglio del ’93 il cardinale consegna a Milano uno dei ricordi più incancellabili quando visita i feriti nello spaventoso attentato di via Palestro. L’11 luglio 2002 il papa accetta le dimissioni da arcivescovo presentate per raggiunti limiti di età, al compimento dei 75 anni. Martini sceglie di vivere a Gerusalemme dove riprende gli studi biblici e scrive uno dei suoi libri più significatvi e toccanti, «Conversazioni notturne a Gerusalemme».

Continua a essere ritenuto uno degli alfieri della parte progressista della Chiesa, quella che si vorrebbe uscita sconfitta dal conclave che proclama papa il cardinale Ratzinger. Martini è semplicemente Martini. Come quando, in una omelia del marzo 2007, afferma: «Credo che la Chiesa italiana debba dire cose che la gente capisce, non tanto come un comando ricevuto dall’alto, al quale bisogna obbedire perché si è comandati». Milano rivede il suo pastore
all’inizio di ottobre del 2008. Nell’auditorium dei gesuiti di San Fedele il cardinale parla con un filo di voce, nel silenzio assoluto che avvolge la sala strapiena e tanti sono rimasti fuori. Ha 81 anni, è indebolito dal Parkinson, è arrivato appoggiandosi a un bastone. Ma lo sguardo è brillante e il pensiero non vacilla. Sorride anche quando parla della morte. La sua morte, che sente imminente.

gabriele.moroni@ilgiorno.net

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