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"In Angola ero un killer" Centrale, una notte nel degrado

Risse, scippi e alcol. Solo stranieri nei giardini della stazione. Netturbini, dipendenti Atm e tassisti rassegnati: ogni sera questo spettacolo

di Giambattista Anastasio

La Stazione Centrale di Milano, all'esterno una pattuglia della polizia
La Stazione Centrale di Milano, all'esterno una pattuglia della polizia

Milano, 26 agosto 2012 - «Sono sempre gli stessi, ormai li conosco tutti» dice il netturbino dell’Amsa. «Sono sempre gli stessi» confermerà più tardi un poliziotto. «Deve vedere che botte che si danno certe notti: sembra di vedere Tyson» racconta un dipendente Atm uscito dalla guardiola per una sigaretta. «Finché si picchiano tra di loro va anche bene — aggiungerà un tassista fermo al posteggio in attesa di caricare clienti —. Quando però iniziano a lanciarsi addosso bottiglie di vetro o sassi, come successo più volte, o a scippare i turisti, allora diventa un problema per tutti». «Per lo meno hanno imparato a spostarsi» dice ironico il netturbino una volta finito il giro tra capanelli di gente. Il sacco è stracolmo di bottiglie di vetro: chi le ha abbandonate è ancora lì, a un passo dalla sua pettorina fosforecente e dai cestini della spazzatura. Ma è lui a doverle raccogliere una ad una. Dal prato e dal marciapiede. Mandando giù l’amaro. «Ha visto che spettacolo?» chiede.

Lo «spettacolo» dai protagonisti fissi va in scena ogni notte negli immediati dintorni della stazione Centrale, tra prati e marciapiedi solcati dai binari, in piazza IV Novembre, dove fa capolinea il tram 9. Su quei prati e su quei marciapiedi si ritrovano fin dal tardo pomeriggio decine di extracomunitari, in stragrande maggioranza africani non fosse per qualche senzatetto, anche donna, di casa nostra. «È 14 anni che sto sulla strada, andatevene» grida in perfetto italiano una donna di mezza età. L’erba delle ampie aiuole fatica a vedersi coperta com’è dai teli sui quali dormono decine di stranieri e clochard. Coperta da borse frigo e sacchetti di ogni tipo dai quali escono pentole e contenitori con cibo vario. Gruppi indistinti di uomini e donne si passano piatti e bottiglie di mano in mano. Intorno a loro fisici provati dalla fame giacciono nel sonno, simili a cadaveri senza affetti. Il colore della necessità, da un lato. Il cinema crudo di vite costrette all’aperto, dall’altro. Fin qui è quel che si definisce degrado: umano, urbano, ambientale. Ma c’è altro.

All’estremità della piazza c’è un chioschetto. Venerdì notte dietro al bancone c’era un ragazzo del Bangladesh. Un foglio stampato a computer davanti alla cassa recita: «Non in vendita bottiglie di vetro». Intorno al chiosco, invece, le bottiglie di vetro abbandonate sul marciapiede non si contano. Ed è continuo il via vai di africani che vi si avvicinano e vi si allontanano con birre in mano. È qui che, al di là del degrado, si consumano le notti complicate della Centrale. Tra gli avventori del chioschetto trovarne uno sobrio è, che piaccia o no, un’impresa. È qui che si consumano risse violente, a colpi di pugni, bottiglie o sassi. È qui che si studiano appostamenti e vittime degli scippi. «È successo a due ragazze, solo qualche sera fa: erano distratte, poverine, che ne potevano sapere?»: è il soliloquio di un tassista dal posteggio della stazione. «Questo non è niente» ci dice, sorridendo, un passante col cane al guinzaglio: sono da poco passate le 22.30 di venerdì quando dal chioschetto si sentono urla e un fragore di vetro che si infrange sul marciapiede. Una lite: un africano da una parte, tre dall’altra. Qualcuno che prova a separarli. Non arrivano alle mani: già, «questo è niente».

Una prova generale dello «spettacolo» a cui richiamava il netturbino. Uno spettacolo che ha protagonisti ricorrenti sì, ma non uguali. Uno sguardo intorno a quel chiosco: c’è l’adolescente maghrebino con pettinatura e magliette all’ultima moda, ci sono trentenni e quarantenni in jeans, camicie linde e scarpe da tennis in voga, c’è quello che ce l’ha fatta che arriva in auto, maglietta arancione sgargiante, e lascia la portiera aperta per dar sfogo alle casse della radio. Ci sono volti di mezza età segnati da cicatrici. Occhi «sgamati», rapidi. Occhi vissuti. E occhi affamati. «Sono sempre gli stessi, ogni sera». Già, ma chi sono? Riusciamo ad avvicinare uno dei quattro che fino a poco prima litigava al chiosco.

 «Siamo tutti africani — racconta —, facciamo tutti lavori di merda e veniamo qui al pomeriggio e alla sera perché beviamo insieme, senza problemi». «Le risse? C’è sempre qualcuno che beve troppo, crea problemi e va messo a posto» risponde. «Ma la forza dell’Africa — riprende — è che siamo uniti. Qui — e prende ad indicare i vari gruppi — ci sono somali, congolesi, senegalesi, camerunensi: qui a volte ci sono anche 40 Paesi». Fatica però a dire da dove venga lui. «Me ne fotto, me ne fotto — risponde infastidito —. Io sono qui da anni».

Un amico gli si avvicina e prende a parlargli in francese: «Vieni via, vieni via» gli dice. «Cosa stai a parlare, hanno la macchina fotografica» aggiunge. «Niente foto, niente foto» prende a gridare l’altro al nostro indirizzo. Sarà rassicurato. Fa per allontanarsi. Ma torna subito sui suoi passi: «Ho 54 anni e ho dovuto lasciare il mio Paese, l’Angola, a 21. Sono scappato perché ho ucciso una persona. Mi hanno dato dei soldi per uccidere una persona. Erano tanti soldi e io ero ragazzino: l’ho fatto. Ma non posso più tornare».

giambattista.anastasio@ilgiorno.net

(1-Continua)

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