Milano, 8 gennaio 2016 - Per avere un medico, in clinica, in quella notte a cavallo tra il vecchio da lasciarsi alle spalle e le nuove speranze da assaporare, ci vogliono i carabinieri. Tra il 31 dicembre 2015 e l’1 gennaio 2016, le speranze di un uomo, ex autista di ambulanza, una vita tra ospedali e malati nella sua Manfredonia, partito per un ottimistico intervento col miglior luminare di Milano in fatto di tumori alla prostata – quelle speranze si contraggono fra atroci dolori, emorragie e suppliche: chiamate un medico. Ma il medico, nella notte di Capodanno alla Clinica Città Studi di Milano, che nel suo background ha, certo non per sua colpa, il nome di ex Clinica Santa Rita con tutta l’oscura fama che gli dette il primario Pier Paolo Brega Massone, è dato per assente. E solo i carabinieri ore e ore dopo lo riusciranno a scovare. In clinica infermieri, e, al più, un anestesista che, invocato dai familiari del poveretto, bascula più per favore che altro (fuoriuscendo dal reparto di competenza), dando un occhio là dove Antonio Caracciolo, anni 73 non ancora compiuti, sta soffrendo.

Antonio il 4 gennaio è morto. I suoi quattro figli che con la moglie lo hanno accompagnato nella Milano dell’eccellenza medica, hanno sporto, attraverso l’avvocato Matteo Murgo, denuncia. Per come il padre e marito è stato trattato, perché mentre peggiorava – tanto da dover essere sottoposto a due interventi successivi – in clinica non c’era un medico strutturato. Perché e per come è morto. Il sostituto procuratore Marcello Musso ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, allo stato a carico di ignoti. Oggi verrà effettuata l’autopsia, e già ieri la polizia giudiziaria ha acquisito dalla Clinica Città Studi di Milano la cartella clinica. Per capire, se, oltre alla suggestione inquietante di una casa di cura che di notte viaggia senza timone, ci sia un nesso causale fra lentezze, inerzie, forse negligenze, e la morte.

Alla clinica Antonio arriva dopo aver contattato, su consiglio del suo medico curante, il professore esperto di oncologia urologica e tumori alla prostata, Patrizio Rigatti, che passato dal San Raffaele all’Auxologico, è raggiungibile su un numero telefonico e previo invio di esami specifici (e codice del bonifico effettuato) per una consulenza, fissa un mese e mezzo dopo un intervento nell’unico spazio libero che ha: Città di Milano, tra il 27 e il 28 dicembre. Da Manfredonia, l’intera famiglia Caracciolo sale a Milano. Antonio viene operato il 28 alle 18.30 da Rigatti e dal primario urologo della clinica, Marco Raber. Tra il 29 e il 30 cominciano i problemi, che si confondono con gli esiti post intervento. Il 31 Antonio urla dolore ma in clinica si fa il vuoto. I figli del paziente chiedono l’intervento del medico strutturato, che non c’è: quello di turno è dato per «assente». Da un altro reparto va e viene un anestesista: ripete che quanto fa non gli compete e che «dobbiamo gestire l’emorragia».

Antonio grida «io sto morendo», il suo ventre è gonfio e annerito. Alle undici e mezza della sera del 31, i figli terrorizzati chiamano i carabinieri. I militari arrivano in clinica alle 5,45 del mattino dell’1 – stando alla denuncia presentata al commissariato Città Studi – per ordinare agli infermieri di chiamare un dottore, che si presenta con il turno entrante delle 7. Alle 13 Antonio torna in sala operatoria, poi in rianimazione: blocco renale e dialisi. Il 3 i familiari contattano Rigatti, il quale, in base a quanto da loro dichiarato, ritiene inutile un suo intervento, in quanto starebbe monitorando la situazione attraverso il corpo medico, finalmente presente. Il 4 nuova operazione, per un’altra emorragia. Quando Antonio Caracciolo da Manfredonia ne esce ha il cuore in panne, poi fermo. «Io sto morendo» aveva detto tre giorni prima fra strazi e testicoli in cancrena. Alla Città Studi di Milano era l’unico ad averlo capito.