A Palazzo Reale è possibile compiere un viaggio tra le epoche e le stagioni grazie all'estro del più celebre vignettista della stampa italiana. Non si tratta di una vera e propria mostra, meglio definirla 'Forattineide'
Milano, 2 luglio 2009 - LA FANTASIA non va al potere ma trionfa. Fantasia allegra e visionaria. Il disegno diventa arte. Lo sberleffo si fa satira. Graffi senza carezze nelle carni dei potenti, che lasciano segni profondi nella patina spessa delle convenzioni, sulla corazza dell’acquiescenza al potere costituito, alla morale corrente.
Un trionfo dell’irrisione che non sarebbe possibile senza l’innesco della pazzia. Una pazzia ilare e sorridente. Ecco allora in apertura della mostra forattiniana il disegno autosatirico in cui l’autore raffigura se stesso come un Napoleone riflesso in uno specchio. Nel frattempo un video racconta la carriera del maestro, attraverso una intervista e le sue apparizioni televisive dagli anni ’70 a oggi.
Mostra? Il termine suona troppo generico e riduttivo. E’ una Forattineide. Qualcosa di epocale. Qualcosa che ha il sapore di una saga, di una raccolta annalistica. Quello che si compie a Palazzo Reale è un viaggio picaresco fra le epoche e le stagioni, i fatti e i misfatti.
Prima dissacrazione. Ogni personaggio (dal 1973 ai nostri inquieti giorni) è raccontato in una serie di edicole lungo tutto il percorso della rassegna. Un Famedio. O meglio un reliquiario perché ogni politico è raffigurato al centro dell’edicola come una icona circondata dagli ex-voto dei disegni forattiniani che ne illustrano vita, successi, imprese, disfatte, risalite, improbabili miracoli.
Scorrono le immagini ed subito la sensazione del déjà vu. Sì, perché le vignette di Forattini ci seguono da sempre come allegri compagni di viaggio, sono gli arcieri che ci hanno tenuto compagnia, guidato, fatto ridere e pensare, scatenato riso e sacri furori nella foresta di Sherwood della vita. Hanno scandito amori e umori, rabbie e speranze.
Ecco Cossiga e il suo piccone tricolore è a grandezza naturale. Napolitano in un gioco interrativo con poltrona e tappeto rosso. Prodi, aspetto pacioso da curato nutrito di buone letture e di altrettanto succulenti manicaretti, gote insufflate, cappello da prete di campagna con falce e martello. Bertinotti griffato con falce e martello, le cravatte, i sigari. Di Pietro, disordinato e ruspante, vocabolario della lingua italiana squadernato e aperto su frequentatissimo verbo «azzeccare».
Andreotti-Craxi-Berlusconi. Il Gre-No-Li di Giorgio Forattini, la trimurti dei bersagli favoriti. Icone raccolte, com’è doveroso, nei reliquiari più grandi. Il sulfureo divo Giulio. Craxi, camicia nera, gambali, calvizie mussoliana. Il Cavaliere big smile, chiuso nelle grisaglie d’ordinazna.
E fuori dai patri confini Putin, Castro, Mitterand, gli Usa di Nixon, Carter, Reagan, Bush, Clinton. Dall’Urss alla Russia. La Jugoslavia e la ex Jugoslavia. Iraq. Afghanistan. L’attentato a Giovanni Paolo II. La caduta del muro di Berlino. L’attentato alle Twin Towers. Le Olimpiadi e i ludi pedatori del Mundial.
I cortei della protesta presentati su grandi cartelli e striscioni. Videoproiezioni di vignette con sonoro dei cori. Un gioco dell’Oca con i politici come pedine (chi finisce nella casella di Tangentopoli finisce in prigione). Il Subbuteo, calcio in miniatura con i personaggi di Forattini al posto dei giocatori. Gli scacchi con enormi pedine.
Si osservano i potenti che Forattini ritrae appesi a testa in giù e ci si chiede: ma dunque quest’uomo non ha mai conosciuto la pietas, non è mai stato sfiorato da quella cosa impalpabile che si chiama commozione, non gli è mai capitato di detergersi una lacrima, furtiva e segreta?
La risposta è qui. E’ nell’immagine poetica e struggente di Enrico Berlinguer. La spalle fragili e un po’ ricurve, il volto segnato dalle rughe rivolto verso il mare, i lunghi capelli ormai ingrigiti mossi dal vento che li agita come una lacera bandiera da combattimento. C’è una stella: è in volo verso il cielo.
di Gabriele Moroni
In piazza della Scala, davanti a Palazzo Marino, Manfredi Palmeri, presidente del consiglio comunale, ha incontrato il giornalista e dissidente iraniano Ahmad Rafat, il presidente dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia Daniele Nahum e una delegazione di giovani studenti iraniani. L’occasione e’ stata la consegna di un ficus benjamin che è stato donato da alcune associazioni al consiglio comunale. ‘’Questa pianta - ha detto Palmeri - rappresenta la speranza per un futuro migliore in Iran. Milano e’ vicina a tutti i popoli che lottano per l’affermazione dei diritti umani. Dedicheremo una via ai morti nella rivolta iraniana del ‘99’’.