I destini della Lombardia si incrociano con quelli del Governo. Giochi ancora aperti, ma Bossi prenota il Viminale e lancia Castelli candidato al Pirellone
Milano, 21 aprile 2008 - Umberto Bossi alle Riforme, Roberto Maroni al Viminale, Roberto Calderoli vicepremier, Luca Zaia alle Politiche agricole. Non c’è che dire: la Lega, ieri, ha proprio giocato l’asso pigliatutto nell’ambito del vertice bilaterale (Cavaliere e stato maggiore del Carroccio) svoltosi ieri pomeriggio a Villa San Martino con all’ordine del giorno la formazione del Governo. E, nel mettere all’incasso il trionfo colto alle Politiche del 13-14 aprile, i lumbard non si sono certo dimenticati di perorare, di fronte a Silvio Berlusconi, la causa di Roberto Castelli aspirante alla successione di Roberto Formigoni alla presidenza del Pirellone. L’unica concessione che il Sole delle Alpi ha fatto agli alleati appare, insomma, la rinuncia alla presidenza della Regione Veneto. Ma, se a compensare gli equilibri di maggioranza c’è un Giancarlo Galan destinato a rimanere al suo posto ora che l’assessore lumbard Zaia, pretendente alla sua eredità, risulta coptato nell’esecutivo centrale, la 'quadra' sul 'caso Formigoni' non sarebbe ancora stata trovata. Tanto che, con l’obiettivo di risolvere oggi stesso il sudoku del 'governatore' eletto al Senato e disponibile a dimettersi dal Pirellone in cambio di un incarico ad altissimo peso specifico, il Cavaliere ha convocato il diretto interessato per il pomeriggio ad Arcore.
Ma cosa potrà proporre Berlusconi a Formigoni ora che il Carroccio ha messo le ruote sull’Interno, dicastero gradito al 'governatore' forse più degli Affari esteri già promessi al commissario europeo Franco Frattini? Le caselle della lista dei ministri, cui il premier in pectore sta lavorando alacremente, appaiono, per la verità, già riempite per quanto riguarda tutti i dicasteri a misura di Formigoni. Ergo, a meno che il Cavaliere, con l’aiuto di Gianni Letta non riesca a delineare entro metà settimana un superministero delle Attività produttive potenziato con le deleghe alle Telecomunicazioni e all’Expo, il 'governatore' non si potrebbe sedere su alcuna poltrona dell’esecutivo consona al suo prestigio. Tuttavia, sbarrata la porta dell’esecutivo, per Formigoni dovrebbe schiudersi il portone di Palazzo Madama. Nel senso che, nel caso del 'governatore', tutte le strade non porterebbero solo a Roma ma anche alla presidenza del Senato. Poca cosa rispetto alle ambizioni di Formigoni? Ma non scherziamo, stiamo pur sempre parlando della seconda carica dello Stato, che, fatti due conti, potrebbe persino lanciare il 'governatore' verso la presidenza della Repubblica a coronamento di una carriera certo gratificata dalla creazione di un modello lombardo di amministrazione ma pure rallentata dai quasi 15 anni trascorsi al Pirellone.
Al momento, però, non esiste alcun automatismo tra il colpo grosso messo a segno dalla Lega ("Sono contentissimo - ha confidato agli intimi Bossi -. Tutto è andato come doveva andare") con la conquista del Viminale, l’accettazione da parte di Formigoni del timone di Palazzo Madama e la candidatura di Castelli alla guida della Regione. "Abbiamo chiuso la partita dei ministri - ha dichiarato Calderoli lasciandosi alle spalle Villa San Martino -. Quella del Pirellone, invece, rimane aperta". Parole sante almeno quanto il 'Porcellum' che ha consentito alla coalizione Pdl-Lega di ottenere una maggioranza inattaccabile sia alla Camera sia al Senato. Già, perché pure ieri sera fonti capitoline di solito attendibili hanno ribadito l’ipotesi della presidenza del Senato affidata a Renato Schifani dal Cavaliere in persona. Uno scenario che, aggiunto a quello di un ministero delle Attività produttive rimasto allo status quo di Pierluigi Bersani nonostante l’impegno profuso da Berlusconi e da Letta, potrebbe convincere Formigoni a rimanere al Pirellone. E va detto che è proprio questa la soluzione del rompicapo che più piacerebbe al mondo cattolico da sempre incarnato dal presidente.
di Corrado Dragotto
Costruito sulle lettere che Moro inviò agli amici del partito, al Papa, ai familiari e con il contributo di immagini e telegiornali d'epoca, lo spettacolo sarà in scena fino all'11 maggio. Scritto da Corrado Augias e Vladimiro Polchi per la regia di Giorgio Ferrara. Sulla scena le parole di Aldo Moro saranno interpretate da Paolo Bonacelli