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LE GRANDI OPERE PER IL 2015

De Albertis: "Tempi stretti per Expo,
servono subito leggi e soldi"

Il presidente dei costruttori milanesi non ha dubbi sul fatto che "In Italia fra stanziamenti e gara pubblica passano 4 anni, devono scendere a due. Ha fatto bene il sindaco Moratti, il giorno dopo la vittoria, a dire: partiamo subito"

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Ingegner Claudio De Albertis Milano, 9 aprile 2008 - Siamo solo all’inizio della corsa. Aggiudicarsi Expo 2015 è il punto di partenza di una classica del Nord che durerà sette anni e che cambierà profondamente Milano. Sul piatto ci sono investimenti complessivi per 44 miliardi, di cui 3,2 miliardi da spendere soltanto per le infrastrutture principali: il sito dove sorgeranno gli otto padiglioni della mostra; le opere di connessione, compresi gli interventi sulla rete stradale e sulla metropolitana milanese; le strutture ricettive, tra cui il nuovo villaggio residenziale con 2 mila posti letto; gli interventi tecnologici, come le telecomunicazioni e le infrastrutture web. E poi c’è tutto il resto: Brebemi, Pedemontana, Tav, linee 4 e 5 del metrò... Un’impresa ciclopica. Ma c’è il tempo materiale per completare tutte queste opere prima che arrivino i 30 milioni di visitatori previsti? Lo chiediamo al presidente dei costruttori milanesi (Assimpredil-Ance), l’ingegner Claudio De Albertis, imprenditore nell’impresa di famiglia, la Borio Mangiarotti e docente di 'economia e gestione delle imprese' alla facoltà di Architettura.

 

Non crede che sette anni siano pochi per avviare e completare tutte queste opere, visti i tempi biblici che in Italia sono la norma? "Il rischio c’è, i tempi sono molto importanti. Ha fatto bene il sindaco Moratti, il giorno dopo la vittoria, a dire: partiamo subito, il comitato promotore diventi comitato di pianificazione".

 

Quali sono le prime tappe? "La legge speciale dev’essere approvata entro l’anno, unitamente alla Finanziaria che destina le risorse pubbliche. Altrimenti non si va da nessuna parte, perché in Italia dal momento degli stanziamenti per le infrastrutture a quello della gara pubblica occorrono mediamente 4 anni e mezzo. Così bisogna ridurre drasticamente i tempi, scendere assolutamente ai 2 anni".

 

Secondo lei è possibile? "L’esperienza positiva delle Olimpiadi di Torino insegna che si può fare: 2 anni per progettare e 4 anni per realizzare. Il rischio di non arrivare in tempo c’è e comunque bisogna correrlo. L’importante è che ci sia un’alleanza tra governo centrale, Regione, Comune".

 

Dunque bisogna correre. Ma non c’è anche il rischio che correndo, correndo ci scappi anche qualche bella speculazione? "Il comune di Milano è un territorio piccolissimo, io grandi stravolgimenti non ne vedo. Le aree possibili di trasformazione, in questo momento, sono in mano al Pubblico e sono le aree delle ferrovie, le aree demaniali e quant’altro. A differenza che in passato, gli amministratori comunali non solo sono i regolatori attraverso i loro piani di governo del territorio, ma sono anche immobiliaristi, in quanto proprietari di queste aree. Perciò con questo doppio ruolo hanno la possibilità di gestire il problema in modo molto oculato".

 

Un altro aspetto della corsa, legato proprio ai tempi stretti, è che nell’imboccare scorciatoie si rischi di ricadere in certi comportamenti, gli stessi che portarono a Tangentopoli. Ci dobbiamo preoccupare? "Le regole da applicare e rispettare sono quelle dell’appaltistica pubblica. Torino insegna: non mi sembra che nel preparare le Olimpiadi invernali del 2006 sia avvenuto alcunché di tutto questo. Le regole devono essere molto semplici, sempre più chiare, ma non vedo questo pericolo. Semmai porrei una grande attenzione sui temi della sicurezza dei cantieri e della capacità produttiva, se si pensa di poter fare in 4 anni opere programmate da qui al 2028".

Perciò alcune strutture potrebbero non essere completate? "C’è un problema d’imprenditorialità. La speranza è che vengano introdotti criteri selettivi importanti, com’è stato per Torino, garanzie molto serie che scremino e che portino a partecipare ai lavori solo le imprese migliori".

 

Dobbiamo fare come a Torino? "Torino è un buon esempio"

di Cesare Paroli










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