MILANO, 23 gennaio 2008 - DETTO, fatto. Il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, l’aveva annunciato, suscitando un mare di polemiche. Ma ora gli indirizzi per l’attuazione della legge 194 in Lombardia sono una realtà: l’aborto terapeutico non sarà più possibile dopo la 22ª settimana e tre giorni, a meno che le condizioni del feto siano incompatibili con la vita. Così, si riduce di undici giorni la possibilità di decidere. Normalmente viene considerata la 24ª settimana come tempo limite per l’aborto terapeutico.
Una scelta che non «va contro le donne», che «non tradisce lo spirito della legge», ma che tiene presente i progressi scientifici e le «esperienze mediche di eccellenza maturate nei tempi recenti in due grandi ospedali lombardi, Mangiagalli e San Paolo.
Contestualmente, la giunta ha stanziato 8 milioni di euro per potenziare i consultori e sostenere la donna. «Un atto di indirizzo per tutti gli ospedali lombardi», sottolinea Formigoni, che prende atto del progresso scientifico per cui «dopo la 22ª settimana e tre giorni dal concepimento il feto ha un’altissima probabilità di sopravvivere». Un lavoro che è stato svolto in sintonia con la comunità medica e scientifica, ad esempio con Alessandra Kustermann, storica ginecologa della Mangiagalli e veltroniana doc: «È stato compiuto un passo avanti verso la piena attuazione della legge 194, in particolare dell’articolo 1 dove si dice che la vita va tutelata sin dal suo inizio».
Stefania Consenti
L'INTERVISTA AD ANSELMA DELLOLIO di Rossella Minotti
"QUANDO me l’ha comunicato ho detto: bene, sarebbe ora che le femministe facessero una battaglia per la vita invece che per la morte". Anselma Dell’Olio, giornalista e critico cinematografico ma soprattutto femminista storica americana, oggi si trova a vestire gli scomodi panni di moglie che approva la battaglia per la moratoria sull’aborto fatta dal marito. Ma, sarà perché il marito si chiama Giuliano Ferrara, sarà perché i tempi sono davvero cambiati, si mette comoda e tranquillamente rivoluziona il suo presente, il suo futuro e anche un po’ il suo passato.
«È vero, all’epoca combattei perché l’aborto fosse legale, ma già nei primi anni Settanta dicevo alle mie compagne: non entriamo mai in un dibattito sul piano morale, perché perdiamo. Si può lottare per la legge sull’aborto, per il diritto alla privacy, per l’autonomia del corpo. Ma se entri sul terreno della vita e della morte è finita».
Come ha saputo che suo marito avrebbe iniziato questa battaglia?
«Ero a New York, me l’ha comunicato al telefono, e non ho potuto fare altro che alzare le mani. D’altronde erano anni che parlavamo di questo, in casa, riflettevamo sul fatto che le italiane hanno smesso di fare figli, e che se non fosse per le immigrate questa è una cultura destinata a morire. E poi è vero, in questi anni noi femministe che ci definivamo ‘per la scelta’ in realtà non abbiamo mai proposto nessuna scelta. Non siamo mai entrate nei consultori, non abbiamo mai aiutato le donne che avevano dei dubbi».
Insomma, lei sta facendo una rivisitazione del femminismo?
«Abbiamo sempre detto donna è bello, mai madre è bello. Ma dire donna è bello è riduttivo, tutto è sempre rimasto al livello di ‘volemose bene’. Comunque di femminismo oggi ce n’è pochissimo, e diciamo la verità, in parte è colpa nostra, abbiamo lasciato un cattivo odore dietro di noi. Oggi, ci sono alcune femministe storiche fossilizzate sulle posizioni di allora, incancrenite, che non vogliono discutere dell’aborto. La verità è che non è mai stato ripensato nulla, e io da anni non mi ci ritrovo più».
Quindi Anselma Dell’Olio è contro la legge 194?
«Assolutamente no, ma anche Giuliano non sta chiedendo di abolire o penalizzare la legge. Noi siamo semplicemente contro la cultura dell’aborto. Come d’altronde molte neofemministe. Per esempio Mary Ann Glendon, nominata da Bush ambasciatrice Usa presso la Santa Sede».
Dobbiamo pensare a una svolta teo-con del comunista Ferrara?
«Assolutamente no, anche se non condivido, da americana, questa paura anzi paranoia per gli evangelici americani. Io e Giuliano ci siamo sposati vent’anni fa in Comune, perché lui non ha assolutamente voluto una cerimonia religiosa. I figli non sono arrivati, ma sarebbero stati i benvenuti».
Avrebbe mai immaginato una tale risonanza per questa campagna di suo marito?
«No, anche se in fondo è una logica prosecuzione di quella contro la pena di morte. Le mie amiche americane erano entusiaste, perché mi dicevano: sai, muoiono degli innocenti. E allora Giuliano ha detto che forse non ci sono feti colpevoli. E poi, ripeto, lui non chiede di cambiare la legge ma solo di aprire la mente».
Essere la moglie di un uomo così intelligente è uno stimolo o un peso?
«Io ho sempre avuto un’unica paura nella vita, quella di annoiarmi. Non sopporto la ripetizione, detesto le coppie complici, mi piace lo scontro di idee. E in fondo, diciamo la verità, il matrimonio è sempre un peso, e noi due siamo entrambi personalità abbastanza ingombranti».
Però sulla moratoria non vi siete scontrati.
«Siamo noti per essere due litigiosi, ma ci scontriamo quasi sempre per delle sciocchezze, quotidianità della convivenza. Mai su valori, su soldi o sulla politica. Al limite possiamo discutere per idee non esattamente uguali».
Sarebbe contenta se Ferrara tornasse alla politica attiva?
«No, non credo si dovrebbe candidare. Lui è troppo schietto, se fai il politico non puoi dire esattamente quello che pensi, e per lui è difficilissimo. E poi in politica c’è uno stress pazzesco e anche molta noia. Noi amiamo il libero gioco di idee».
Il premio Nobel per la Medicina riceverà la laurea ad honorem in 'Biotecnologie industriali' presso l'Aula Magna dell'Università Bicocca Commenta la notizia LEGGI L'ARTICOLO