I registi occulti che guidano la sommossa
Il sospetto dei vigili: abbiamo avuto la netta sensazione che ci stessero aspettando. De Corato: "Tutte quelle bandiere e quei megafoni da dove sono saltati fuori?"
Milano, 13 aprile 2007 - INCIDENTI premeditati? È quanto sospettano i vigili urbani: «C’era tante gente che riprendeva con le telecamere. Abbiamo avuto la netta sensazione che ci stessero aspettando». Lo stesso De Corato osserva: «Non mi pare una cosa spontanea che 400 persone si possano radunare in quel modo nel giro di qualche minuto». E aggiunge: «E poi tutte quelle bandiere e quegli striscioni con i megafoni da dove sono saltati fuori così in fretta?». Sospetti che il console cinese Limin Zhang respinge con sdegno: «Smentisco nel modo più categorico un’ipotesi simile. Nella protesta di oggi c’era solo rabbia, ma nessuna premeditazione». E in effetti di rabbia da parte della comunità cinese se ne è vista molta. A cominciare dagli slogan («Basta razzismo e repressione»; «Più sicurezza, meno violenza»; «Chiediamo il diritto del commercio»), scritti in un italiano sgrammaticato, ma sicuramente efficace. E sono spuntate anche le bandiere rosse delle Repubblica popolare cinese. Tante bandiere rosse con stellette gialle sventolate e issate sui semafori. «La tenevo in negozio - dice Zhu, 20 anni, nato e cresciuto a Milano - senza mai tirarla fuori. Quando ci siamo trovati in strada io l'ho portata e ho visto che tanti altri avevano fatto come me».
IN PIAZZA, DUNQUE, tante bandiere e tanti giovani cinesi di terza generazione. Ma pochi italiani. I residenti del quartiere, ormai minoritari e sempre più insofferenti, non si sono fatti nemmeno vedere nella giornata di protesta. Uno ci ha provato e ci è mancato poco che lo linciassero. Così i cinesi hanno sfogato di fronte alle molte telecamere e ai taccuini dei cronisti tutta la loro rabbia. «Da mesi veniamo multati per i carrelli a mano con i quali trasportiamo la merce - dicono i giovani in piazza - e i vigili ci sequestrano anche le biciclette, se sui cestelli c'è qualcosa. Questa e' repressione ingiustificata, noi lavoriamo, i negozi li abbiamo comprati o affittati, li paghiamo regolarmente e abbiamo tutte le licenze necessarie. Se ci vogliono cacciare, che lo dicano chiaramente».
NEGLI ANNI A MILANO la comunità cinese, anche limitatamente ai dati ufficiali ritenuti da molti sottostimati, ha fatto registrare una crescita esponenziale: 500 i residenti nel 1986, 5.700 nel 1996, oltre 11mila nel 2004. Ma forte è l'immigrazione clandestina e diverse fonti sottolineano la ridottissima mortalità ufficiale, l'assenza di funerali visibili. Da qui la leggenda metropolitana che i deceduti non vengano denunciati, per riutilizzare i documenti e le identità dei morti per i nuovi arrivati. «In realtà noi a Milano vogliamo vivere, lavorare e crescere i nostri figli - dice Ruowei Bu, la donna cinese all’origine dei tafferugli -. Non abbiamo mai fatto nulla, non siamo delinquenti, non ci meritavamo questo trattamento».
di Marco Ruggiero
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