Gorgonzola (Milano), 7 ottobre 2016 - Nel 1995 Lamberto Dini riceve da Oscar Luigi Scalfaro l’incarico di formare un governo tecnico, i cellulari hanno le antenne, i cinema proiettano Braveheart e Apollo 13, Cesare Albè siede per la prima volta sulla panchina della Giana. Passano gli anni, ma ventuno son lunghi, però quel ragazzo che ne ha sessantasei («e mezzo») ne ha fatta di strada: dalla sua Cassano a Gorgonzola, per difetto, sessantamila chilometri. Dai campi spelacchiati, dove è facile sentire uno starnuto in tribuna, a stadi da Serie A e in erba sintetica, dov’è facile perdere l’orientamento. Ma se la ricetta è semplice e la persona dietro all’allenatore è genuina, allora no: non ci si può perdere. Anzi, si può costruire una favola che diventa storia. Senza mai riuscir o voler spiegarne, fino in fondo, il segreto.

Stessa storia da sempre con il presidente di sempre, Oreste Bamonte: «Anni di battaglia - racconta Albè - sempre nel massimo rispetto. Quando si arrabbia mi dà del lei: “Li mandi via”. Ed io faccio da mediatore. È arrivato al nord a dodici anni senza scolarizzazione. Aveva un sogno e lo ha portato avanti. Siamo riusciti a dare continuità ed è la cosa più importante. Nel calcio come nella vita non esistono i vincenti: si vince e si perde ogni giorno, conta ciò che si lascia». Mai un esonero, nemmeno dopo l’ultima retrocessione in Promozione nel 2011. «Ci trovammo nel parcheggio coi ragazzi: “E adesso? Cosa facciamo adesso?”. Si parlava, si parlava e non si voleva più andar via. Dormii poco e male, mi presentai poi dal presidente. Poteva davvero saltare tutto». No: Promozione, Eccellenza, Serie D, Lega Pro. Questione di…

«Sogni. E sudore. Sono collegati e non si autoalimentano. Sono partito dalla Terza categoria nell’oratorio del mio paese e devo ringraziare mia moglie: mi chiedeva cosa andassi a fare al campo se tanto non giocavo. E i miei figli: ho tolto loro del tempo, loro dicono che conta la qualità. Senza il sostegno della mia famiglia non avrei potuto far nulla. E la Giana è diventata una seconda famiglia, l’approccio è lo stesso». All’esordio in Lega Pro al Brianteo di Monza grandissima emozione mascherata d’ironia in sala stampa: «Devo sedermi qui? Andrebbe bene a casa mia questa poltrona». Per non parlare del debutto nel nuovo «Città di Gorgonzola». «Quel campo, quello stadio: li avevo visti tante volte e in tutti i colori, quel giorno ho provato grande orgoglio. Al tempo stesso, però, mi sono spaventato: durerà tutto questo?». Sì.

Alla tattica preferisce la sostanza: «Ora va di moda il 3-5-2, si faceva anche tanti anni fa. A volte la si fa un po’ lunga». Si definisce più educatore che tecnico, però ha il Master di Coverciano: «Con Renzo Ulivieri docente e Gennaro Gattuso qualche banco più in là. La scuola non finisce mai». Come la passione per il pallone, iniziata «quando ascoltavamo la radio per sapere i risultati: il calcio non lo guardavamo, lo immaginavamo. Forse era meglio così, come con le donne: tolto il trucco e le altre diavolerie sono in poche quelle che fanno sognare. Sono anche preoccupato da qualche tempo, perché questo momento magico è destinato a finire. Certo però che allora, per paura delle corna, non ci si dovrebbe mai innamorare». E invece...