Vimodrone (Milano), 21 novembre 2017 - "Ha ucciso un uomo per 100mila euro: nessuna attenuante, va condannato all’ergastolo". Questa la conclusione della requisitoria del pm Alessandro Pepè nel processo davanti alla Corte di Assise di Monza, che vede imputato di omicidio volontario premeditato e porto abusivo di arma da fuoco Emilio Colantuoni, carrozziere 56enne di Paullo, arrestato dai carabinieri del Nucleo investigativo di Monza su ordine di custodia cautelare del Tribunale monzese perché ritenuto responsabile della morte di Giuseppe Nista, 44enne di Melzo, titolare di uno sfasciacarrozze a Segrate. L’uomo è stato ucciso a colpi di pistola sulla sua Bmw bianca station wagon da due uomini in sella a uno scooter la mattina del 10 maggio 2012 a Vimodrone. Un processo indiziario per un omicidio rimasto senza un movente. Anche se, secondo il pm Alessandro Pepè, un movente al processo è comunque emerso.

"Colantuoni ha confessato in due occasioni nelle quali era sotto l’effetto di cocaina o alcol. La prima volta a un amico, la seconda volta alla stessa vedova di Nista a una grigliata: ha detto di avere ucciso la vittima perché è stato pagato 100mila euro - ha dichiarato il pm in aula -. Quindi questo è il movente dell’omicidio". Contro Colantuoni il Dna estratto da un casco da motociclista abbandonato, i tracciati telefonici (che lo avrebbero posto sul luogo e all’orario del delitto) e l’intercettazione di una conversazione che il presunto killer ha fatto in auto con l’ex moglie, parlando di alcune circostanze e dettagli dell’omicidio.

Giuseppe Nista era fratello di Domenico Nista (arrestato nel 2007 e diventato collaboratore di giustizia nel 2010 quando aveva iniziato a raccontare nomi, cognomi e dettagli delle infiltrazioni ‘ndranghetiste al Nord) e aveva qualche precedente penale per spaccio di stupefacenti. Ma non ci sono prove che il suo omicidio sia stato una vendetta contro la decisione del fratello di diventare un pentito. Domenico Nista e la madre si sono costituiti parti civili al processo, chiedendo rispettivamente una provvisionale sul risarcimento dei danni di 200 e 100mila euro. Dal canto suo, l’imputato, difeso dall’avvocato Simone Centemero, si proclama innocente. "Il casco dove hanno trovato il mio Dna lo tenevo in carrozzeria per provare le moto dei clienti". Il 4 dicembre la sentenza dei giudici.