Trezzo sull'Adda (Milano), 3 dicembre 2017 - Per le delibere su misura avevano patteggiato. Cambiavano il piano regolatore e assegnavano lottizzazioni a società riconducibili a se stessi. Ma ora dovranno versare 400mila euro al Comune come danno di immagine per gli affari illeciti sul mattone. Così ha deciso la Corte dei Conti a carico dell’ex sindaco Pd di Trezzo Roberto Milanesi, al quale spetterà rifondere la cifra più alta: 170mila euro. Al suo vice, Luca Rodda, di Rifondazione, 90mila, idem al moderato Franco Ghinzani, il capo dell’opposizione che strinse con loro il patto illecito nella sua veste di costruttore, altri 90mila, e infine 50mila per l’allora presidente del Consiglio Gianfranco Sarubbi.

La sentenza, l’ultima sulle tangenti rosse dell’Adda, a nove anni dai fatti, riapre una ferita che non si è mai rimarginata per davvero. La decisione della magistratura contabile è arrivata su input della Procura generale, che le aveva trasmesso gli atti perché valutasse la posizione degli ex imputati per corruzione e abuso d’ufficio. Durissime le parole dei giudici all’indirizzo dei politici coinvolti nella vicenda: «Commistione subdola con interessi personali e imprese familiari». Le cifre sono state calcolate tenendo conto che «il Comune, è faro, anche etico, di orientamento per tutta la comunità locale» e «della loro notevole funzione istituzionale, non si tratta di meri impiegati comunali», ma figure che avrebbero dovuto essere da esempio. E che, invece, caddero in tentazione. Non c’era colore politico che tenesse. «L’accordo scellerato» garantiva una fetta agli ex sindaci Franco Ghinzani e Roberto Milanesi, una fetta all’ex responsabile del Territorio e vicesindaco Luca Rodda.

Episodi che l’inchiesta del pubblico ministero Maria Letizia Mannella collocava fino al maggio 2009, ma andati avanti anni «per ottenere l’approvazione del progetto urbanistico «Fornace dell’Adda» ed ex casello autostradale, trasformando le aree in edificabili a destinazione industriale». Un affare che avrebbe fruttato agli ideatori del raggiro «un ingiusto vantaggio patrimoniale corrispondente al maggior valore dei terreni, pari a 8 milioni».

Mai del tutto incassati in realtà, perché l’inchiesta e la nuova giunta di centrodestra bloccarono la pratica. Alla fine, i principali protagonisti di questo scandalo, ne sono usciti in punta di piedi, senza andare a processo. Un anno e undici mesi per Ghinzani, un anno e otto a Milanesi, un anno e dieci per Rodda, otto mesi a Sarubbi. Pene sospese perché erano tutti incensurati.